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Pinocchio? Matteo Garrone non poteva fare meglio ma neanche di peggio

2 Gennaio 2020

VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | Al cinema la nuova versione della favola di Collodi e una recensione che va controcorrente. Bene Benigni, peccato Proietti

PERUGIA – Una delle favole più belle di tutti i tempi, Pinocchio, viene presa e ri-creata dalle mani del regista Matteo Garrone; ma il risultato – a nostro avviso – non è dei migliori. E ci sentiamo di andare completamente contro corrente, viste le innumerevoli critiche positive a riguardo.

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Con ordine: il regista non rimaneggia la trama, segue perfettamente la creatura del caro vecchio Collodi semplicemente facendo della favola una “realtà” più vicina a chi guarda. E perciò l’iter rimane il medesimo.

Pinocchio (Federico Ielapi), burattino di legno, creatura di Mastro Geppetto (Roberto Benigni), non riesce proprio a seguire quei paletti che ogni genitore cerca di piantare sulla strada dei propri figli per fargli seguire un percorso retto, preferendo piuttosto l’indolenza e l’accidia, il divertimento e l’ozio, a discapito del povero Geppetto che, quando perde il “su’ figliolo”, se ne mette alla ricerca a costo di andare a prenderlo ai confini del mondo.
I personaggi nei quali Pinocchio incappa sono gli stessi, Mangiafuoco (Gigi Proietti), il Gatto e la Volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini), il Grillo parlante (Davide Marotta), la Fatina (Alida Calabria), ma non viene resa ben giustizia a questo meraviglioso cast.

Non perché fosse necessario espanderne il ruolo, ma a Papaleo – ad esempio – vengono affidate a malapena quattro battute.
Con Gigi Proietti rimane l’amaro in bocca, appare spento e quasi demotivato.

L’emozione più grande invece sta nel vedere, quasi venti anni dopo, l’evoluzione di Benigni dal burattino disubbidiente al padre coscienzioso, quasi fosse il suo next level, come d’altronde la vita richiede che sia: crescere e maturare.
E Benigni sa esattamente come scuotere gli animi, trapelando una tangibile preoccupazione paterna, l’amore genitoriale sconfinato di un padre che diventa tale letteralmente dalla mattina alla sera, ed è pronto ad accoglierne il dono, le sfide, i dolori e di nuovo le gioie. Benigni è l’asso nella manica dell’intero film di Matteo Garrone, che rimarrebbe altrimenti un prodotto di non preziosissima fattura.

Il ritmo del film è in via generale molto lento, difficoltoso da seguire fino infondo, ostile al catturare l’attenzione.

Ma c’è un qualcosa di meraviglioso in questo esperimento, e sono i costumi unitamente al trucco, questo sì. Costumi e trucco sono realizzati in modo unico nel proprio genere, e apprezziamo l’impiego di effetti speciali ridotto al minimo.

Complessivamente ci sentiamo di aderire al commento del critico Paolo Mereghetti, che ha definito il film “rispettoso ma senza palpiti”.

Da 1 a 10? Decisamente 5, Garrone forse non poteva fare di meglio, ma neanche di peggio.

Il trailer:

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