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Le mani della ‘Ndrangheta in Umbria: vigneti, droga e società fantasma

12 Dicembre 2019

Sequestri di beni e quote societarie per oltre 10 milioni di euro. Ventisette le misure cautelari emesse applicate a seguito delle indagini delle Procure di Catanzaro e Reggio Calabria

Dan.C.

UMBRIA – Dalle prime ore di oggi, sotto la direzione delle Procure distrettuali di Catanzaro e Reggio Calabria, dirette dai Procuratori Nicola Gratteri be Giovanni Bombardieri, le squadre Mobili di Perugia, Catanzaro e Reggio hanno eseguito 27 provvedimenti restrittivi nei confronti di altrettanti presunti appartenenti alle cosche Trapasso e Mannolo (di San Leonardo di Cutro) e Commisso (di Siderno) che «hanno evidenziato – si legge in una nota – significative proiezioni in Umbria». Proprio qui, secondo le due Procure, si sarebbero intrecciati gli interessi delle varie cosche.

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Le reazioni:
Romizi, sindaco di Perugia
Squarta, presidente Assemblea legislativa Umbria
Tommaso Bori e Simona Meloni, capogruppo Pd e vicepresidente Assemblea legislativa Umbria
De Luca, capogruppo Movimento 5 stelle

I clan crotonesi: i Mannolo, i Zoffreo e i Trapasso

Operazione “Infectio” – L’operazione Infectio, dell’Antimafia di Catanzaro, ha portato all’emissione di 23 misure cautelari per i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e occultamento di armi clandestine, minacce, violenza privata, associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di una serie di reati di natura contabile o economico-finanziaria strumentali alla realizzazione sistematica di frodi in danno del sistema bancario.

La proiezione umbra – Responsabili? Le cosche Mannolo, Zoffreo e Trapasso, di San Leonardo di Cutro (KR), che secondo gli inquirenti, in Umbria, attraverso «stabili collegamenti con la casa madre – si apprende ancora dalle questure competenti – avevano impiantato un lucroso traffico di stupefacenti, anche con la complicità di trafficanti albanesi, minato, attraverso attività estorsive, la libera concorrenza nella esecuzione di lavori edili, nonché attivandosi a favore di soggetti candidati alle elezioni amministrative locali». Sempre in Umbria, il sodalizio criminale (al quale viene contestata anche la detenzione di armi) avrebbe inquinato il tessuto economico attraverso «società spesso intestate a prestanome o soggetti inesistenti in grado di offrire prodotti illeciti» a favore di imprenditori compiacenti. Fatture per operazioni inesistenti, per lo più. Un business che avrebbe visto il coinvolgimento, tra l’altro, di «soggetti contigui alla ‘Ndragheta vibonese e che ha consentito al sodalizio di lucrare cospicui guadagni attraverso sofisticate truffe in danno di diversi istituti di credito e complesse operazioni di riciclaggio del denaro di provenienza delittuosa». In soldoni: è in Umbria, ma anche in Lazio e Lombardia, che l’organizzazione criminale calabrese avrebbe realizzato i propri profitti. Ed è proprio in queste tre regioni che la polizia ha proceduto al sequestro di «numerose società».

Il clan reggino: i Commisso

Operazione “Core business” – Stessi affari loschi, diverso ambito di “competenze”, ancora l’Umbria al centro del business. Tutt’altro che lecito, quello denunciato dalla Procura di Reggio Calabria. Che con la collaborazione della Mobile di Perugia ha cautelativamente mandato in carcere quattro persone («con contestuale decreto di sequestro preventivo»), accusate di associazione mafiosa e ritenute «esponenti di vertice ed appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta Commisso, di Siderno (RC)». Tra questi, anche lo «storico leader Cosimo Commisso, alias “u quagghia”», scarcerato appena undici mesi fa.

La proiezione umbra – La «perdurante attività del sodalizio dei Commisso di Siderno» in Umbria sarebbe iniziata nel 2015. Quando Cosimo, dopo un lungo periodo di detenzione, si stabilì a Casa del diavolo per scontare i domiciliari. Un periodo che «gli permise di riallacciare i contatti con altri esponenti di spicco del sodalizio come Antonio Rodà, referente imprenditoriale in Umbria della famiglia Crupi». Proprio con lui, secondo la Procura di Reggio, Cosimo Commisso avrebbe curato la «salvaguardia dei beni di Cupri da probabili provvedimenti ablativi dell’autorità giudiziaria». Tramite lui avrebbe comunicato con altri «sodali di Siderno». E sempre con lui avrebbe individuato «terreni nella zona di Perugia da destinare a vigneti per la produzione di vino da commercializzare in Canada per il tramite di soggetti contigui al Commisso».

L’intreccio

Cosimo in realtà, stando a quanto riportato dalle due Procure, avrebbe mantenuto anche «contatti in Umbria con esponenti di altre organizzazioni ‘ndranghetistiche operanti nella provincia di Crotone (appunto con esponenti della locale di San Leonardo di Cutro, investigati nell’indagine catanzarese), con cui condivideva dinamiche e questioni di carattere associativo e progettava iniziative imprenditoriali comuni». Tra i destinatari del provvedimento cautelare del Gip di Reggio Calabria figura anche «con un ruolo di spicco» il figlio di Cosimo, Francesco, classe 1983, già coinvolto in un’operazione precedente «nel corso della quale era stato individuato come “Capo giovani”».

Ma dall’intreccio di indagini delle procure catanzarese e reggina spunta fuori un altro presunto referente, in Umbria e non solo, dei loschi affari delle varie cosche calabresi: Giuseppe Minnici «buisinessman di riferimento dell’organizzazione, soprattutto in Umbria» che insieme ad Antonio Rodà, a sua sorella Loriana e ai fratelli Crupi avrebbe «compiuto azioni simulate, finalizzate ad agevolare l’associazione mafiosa» che con un sistema di scatole cinesi «messo a punto per schermare il patrimonio economico e celare le effettive possidenze, contribuivano ad occultare la riconducibilità piena ed effettiva in capo ai fratelli Crupi della società Anghiari residence Srl, in provincia di Arezzo, oggetto di decreto di sequestro preventivo» da parte del tribunale di Latina.

«Prova ne è, secondo il Gip., il fatto che costituiva oggetto di intervento anche da parte di Commisso Cosimo il quale, temendo il sequestro, si prodigava per salvaguardare l’integrità delle possidenze economiche del gruppo di cui la società predetta faceva evidentemente parte», conclude la nota. «Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro nelle suddette operazioni ammonta a circa 10 milioni di euro».

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