VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | Santamaria, Abatantuono e Valeria Golino: l’autismo e una storia d’amore unica tra padre e figlio

di Vittoria Epicoco

Tutto il Mio Folle Amore, di Gabriele Salvatores, liberamente tratto dal romanzo Se ti Abbraccio non Aver Paura di Fulvio Ervas, è una carezza e al contempo un pugno dritto sul cuore.

“Vincent Masato, nato a Trieste il 13 luglio del 2003 da Elena Masato, adottato dal signor Mario Topoli” è affetto da una importante forma di autismo sin dalla nascita.
Crescerlo non è stato affatto facile per mamma Elena (Valeria Golino), abbandonata dal vero padre di Vincent, Willy (Claudio Santamaria) uno squattrinato “Domenico Modugno della Dalmazia” costretto a cantare in posti squallidi pur di racimolare quattro soldi; ma quando incontra il “signor Mario” (qui Diego Abatantuono) le cose sembrano finalmente prendere una piega diversa, più serena, almeno fino a che – sedici anni dopo – Willy non irrompe nella notte a casa di Elena e Mario, chiedendo di poter vedere il figlio Vincent, ma senza che questa richiesta trovi accoglienza.
Così Willy riparte alla volta di Slovenia e Croazia per altri due concerti scoprendo, per caso, che in realtà Vincent si è nascosto nel rimorchio della sua macchina.

In questo incontro, Salvatores scava e trova quella storia d’amore, unica, che esiste fra un padre e il proprio figlio… oltre ogni avversità, e diversità, non mettendo mai però in secondo piano il ruolo di una madre che, incessantemente com’è abituata a fare, cerca in ogni modo di raggiungere il figlio per proteggerlo.

Giulio Pranno – Vincent – è di primo pelo sul grande schermo, e assicuriamo che il ragazzo qui, ha un talento incredibile.
“Reo” di essere stato – dice lui – “più che bocciato” dal Centro Sperimentale di Cinematografia, è proprio Salvatores a vedere in questa estromissione un filo logico con la storia, tale da sceglierlo a discapito di qualsiasi altro attore.

Questo lungometraggio non vuole creare compassione, come spesso accade, circa la diversità e la stessa esclusione che nasce dal non saper amare “il diverso”, anzi.
Esso si basa proprio sulla semplicità con cui si PUÒ imparare ad amare il prossimo, se solo si fosse in grado di guardare oltre le apparenze, senza necessariamente distruggerle.

E questo, nel film, è un passaggio evidente, reso con degli elementi quasi precari: la più genuina delle situazioni (un pranzo in un ristorante), un po’ di vento, ed è come se Willy aprisse per la prima volta – davvero – gli occhi, immergendosi in tutto quello che è il mondo, prima sconosciuto, del figlio Vincent.

In questo ruolo, Claudio Santamaria si adegua bene; il fascino del bello e impossibile che però si trova irrimediabilmente solo, fino a QUEL momento là.

Abatantuono invece, come di consueto, è atto a portare un po’ di leggerezza durante tutto il racconto, smorzando anche quel senso di autocommiserazione in cui ogni tanto mamma Elena tende a scivolare; una donna con due grandi occhi blu, ma malinconici, che però si riempiranno di vita sul finale, in una delle più belle riprese di tutta la fotografia (curata da Italo Petriccione).

Tutto il Mio Folle Amore è un film che non pretende di avere pretese, ma che in cambio dà tanto.

Il trailer: