Un contributo de “il Tarlo”

Era un vero collezionista, di quelli che vengono descritti da coloro che non lo sono con una certa dose di sbigottimento; di quelli che se consideri gli aspetti caratterizzanti l’animo del collezionista e li elenchi da la A alla Z, ce li ha tutti; di quelli che si riempiono casa di cose dello stesso genere e le mostrano con fierezza agli ospiti e sono capaci di mostrare ogni singolo pezzo del quale ricordano luogo e data di acquisizione.

La sua compulsione a spendere, la sua gioia nel trovare un nuovo pezzo e portarlo a casa, senza mai pensare di aver compiuto un’azione inutile, anzi con il medesimo piacere di colui che ha sottratto ad altri ciò che “doveva” essere suo, che era lì dove lo aveva trovato perché fosse suo; la sua esigenza di trovargli subito un posto idoneo in una casa sempre più affollata; la sua mania di registrare ogni singolo acquisto perché fosse tutto costantemente sotto il suo controllo; invece di attenuare il suo stato di ansia ed il suo costante malessere erano altrettante fasi di un circuito che sentiva di dover percorrere, ma che finivano con l’ alimentare ulteriore ansia, ulteriore malessere.

Un giorno decise di confrontarsi con un amico che, al contrario di lui si era rivolto ad un architetto per rinnovare l’abitazione ereditata dai suoi nonni ed aveva accettato l’idea di liberarsi praticamente di tutto quello che l’antica dimora conteneva. Quando l’amico aveva inaugurato con una festa la propria nuova residenza, lui gli aveva chiesto come avesse potuto liberarsi del suo passato, ne aveva ricevuto una risposta che lo convinceva solo in parte, ma soprattutto era tornato alla propria abitazione con un senso di vuoto mai provato.

Si chiedeva cosa ne sarebbe stato degli oggetti che aveva collezionato con tanto amore. Ora si accorgeva di guardarli non solo con i propri occhi, ma anche con gli occhi di chi si fosse appropriato della sua casa dopo di lui. Era una sensazione terribile.

Per la prima volta si chiese perché avesse provato tanta gioia nel mettere insieme tutti quegli oggetti portandoli via da ogni parte del mondo che aveva avuto occasione di visitare; acquistandoli all’asta, nei mercatini, nei negozi, sulla spiaggia… A pensarci bene quelli che gli erano stati regalati gli avevano dato meno piacere. Gli ricordavano il donatore, il gesto gentile di condividere in un certo senso quella piccola mania, ma li apprezzava un po’ meno di quelli che si era procurato da solo.

Quando era cominciata questa cosa? Non se lo ricordava neppure, ma a pensarci bene tutte le sue cose erano piccole o grandi collezioni, anche i capi di abbigliamento, anche gli accessori, anche le bottiglie piene o vuote che fossero, i barattoli, le scatole; che dire della biancheria? Dei piatti, dei bicchieri… oddio, praticamente di tutto e tutto tenuto in maniera a dir poco meticolosa, con amore.

Quella sera, di ritorno dalla festa in cui l’amico si era dimostrato orgoglioso di essersi liberato di tutto ciò che, secondo l’architetto gli appesantiva la vita ed aveva per questo ricevuto entusiastici commenti dai suoi ospiti, tutti ferventi seguaci del minimalismo; quella sera entrò nella sua casa e la guardò con occhi diversi, per la prima volta non si sentì accolto. 

Tutte le sue cose non gli dicevano, come le altre volte “Ciao, finalmente sei a casa! Cosa hai fatto tutto questo tempo? Ci sei mancato, guardaci, siamo qui per te. Elementi di un’orchestra che suona la melodia che ami. Noi e tu, tu e noi: l’armonia è perfetta. Guardati intorno, l’hai creata tu, ed è qui per farti stare bene, perché con noi tu puoi vivere l’attimo del tuo presente ed il caleidoscopio del tuo passato, nella serena certezza che saremo qui con te quando vivrai il tuo futuro”

Quella sera non volle accarezzare con gli occhi tutte le sue cose e si diresse cupo verso la stanza da letto, per andare a dormire, nella speranza che il giorno dopo tutto sarebbe tornato come prima. Sognò, cosa che non gli accadeva mai, fu anzi un sogno lunghissimo, dal quale si svegliò pieno di angoscia. Nel sogno lui era un collezionista di…esseri umani.

Questa storia finisce qui, forse chi l’ha scritta non ha avuto il coraggio di terminarla, forse nel cassetto della scrivania che ho acquistato dal rigattiere avevano lasciato quell’unico foglio che ho avuto la sorte di trovare. Il mio tarlo, con la sua insaziabile curiosità, voleva che gli inventassi un finale ma io non ho così tanta fantasia e poi è inutile raccontare un sogno. I collezionisti di esseri umani ci sono anche nella realtà, non solo negli incubi.

Sono tutti coloro che sanno amare, ma giusto il tempo di appropriarsi di una nuova relazione per aggiungerla alle altre. Coloro che stringono amicizie, che formano famiglie. Coloro che sollecitano rapporti profondi in tutte le circostanze, anche sul posto di lavoro. Poi, semplicemente, non riescono a portare avanti ciò che hanno iniziato e diventano impegnatissimi, introvabili, distratti, a volte perfino irritati. Non importa se qualcuno rimane sbriciolato da questo ingranaggio.

Nel racconto più citato che ci sia la volpe dice al piccolo principe “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. Così dovrebbero essere le relazioni quando mettono in moto sentimenti profondi.