Bollette salate («Umbria seconda regione italiana»), dispersione («Perdite vicine al 50%»), rete usurata. Altro che cedere quote Umbra Acque ad Acea: il Centrosinistra chiede a Romizi di «dare attuazione al referendum del 2011»

PERUGIA – Presentato stamattina un ordine del giorno dai gruppi di centro sinistra a Palazzo dei Priori sul servizio idrico integrato, e per «porre un freno alla sua privatizzazione». Primi firmatari Lucia Maddoli e Fabrizio Croce, in calce anche i nomi dei capigruppo Giubilei (Rete civica Giubilei) e Bistocchi (Pd).

«L’Acqua – scrivono i consiglieri, in una nota – è un bene comune dell’umanità, oggetto nel 2011 di un referendum, quando 27 milioni di italiani andarono a votare esprimendosi a favore di una gestione pubblica e senza profitti del servizio idrico. Dal 2003 in 38 Comuni della Provincia di Perugia il servizio idrico integrato è gestito da Umbra Acque spa, le cui azioni per il 33% è nelle mani del Comune di Perugia. E tuttavia, anziché avere un aumento di efficienza nel servizio, la dispersione di acqua in Umbria continua ad essere elevatissima a causa dello stato di usura della rete idrica, con un tasso di perdite che si aggira intorno al 50%, e secondo i dati dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanza, l’Umbria è la seconda regione italiana più cara per le bollette dell’acqua, con una media di euro 563 a famiglia».

Ancora: «Umbra Acque ha dato via ad una nuova ondata di distacchi dell’acqua per utenti morosi anche in assenza di mancata consegna di avviso, o a causa di disguidi bancari, e senza fermarsi davanti a casi di palese indigenza. Preoccupa enormemente dunque l’ipotesi di riassetto delle quote societarie di Umbra Acque, per cui i Comuni potrebbero vendere le loro azioni al socio privato che otterrebbe così la maggioranza assoluta, sottraendosi peraltro agli strumenti di trasparenza e di controllo in un regime di monopolio di fatto».

«L’Acqua – concludono i firmatari dell’Ordine del giorno – è un bene comune dell’umanità, appartenente a tutti gli esseri viventi perché indispensabile alla vita, e il suo accesso un diritto umano fondamentale, e non può dunque esser posto a privatizzazione».