POLE POLITIK | Segnali opposti dal rush finale di campagna elettorale: i leader nazionali cdx tentano di affinare un’altra strategia con Salvini leader ma meno estremo. Dall’altra parte invece un nuovo timore: l’Iv che non si presenta potrebbe far partire da qui la sua Opa sul Pd

di Marco Brunacci

UMBRIA – Il rush finale con tutti i leader nazionali schierati dice per intero quanto vale il test elettorale dell’Umbria. Che, però, oltre al risultato ovviamente importante, deve dire anche quale è il futuro del nuovo centrodestra unito (la Coalizione degli italiani o la Casa degli italiani, se passa l’idea nata dal team di Matteo Salvini, nuovo leader non più in discussione) come pure quello del Patto di Governo, che per la prima volta, qui in Umbria, si è presentato come schieramento politico.

Sul versante del centrodestra i segnali sono tanti, evidenti e tutti lì che aspettano solo di essere letti. Berlusconi ha passato qui tre giorni a spiegare la sua proposta per rivitalizzare il suo movimento e dare però soprattutto un respiro di centro alla futura coalizione. Dopo aver riconosciuto la leadership di Salvini, ora appare, sì, intento a presidiare il lato che guarda verso il centro dello schieramento, ma avendo come obiettivo di medio periodo quello di forgiare un Salvini più a misura di Ppe, più digeribile all’elettorato moderato italiano e nel contempo più accettato nei consessi internazionali.

Berlusconi è stato chiarissimo in più passaggi dei suoi interventi. Ha spiegato che Salvini ha preso tanti voti ma che non ha alcun peso in Europa. Il ragionamento è chiaro: se non modera i toni, ma soprattutto se non aggiusta il tiro e non aumenta la sua credibilità come partner internazionale, difficilmente riuscirà a tornare al Governo nazionale. Berlusconi si propone come una sorta di tutor del neoleader del centrodestra. E gli argomenti che ha, in verità, sembrano efficaci. È necessario avere spessore e proposte, non è sufficiente fare gli accalappia-voti.Non è un caso che i partiti del centrodestra abbiano voluto chiudere la campagna elettorale in piazze e luoghi diversi, ognuno con le sue bandiere. C’è un motivo ovvio di raccolta di voti, ma anche uno sguardo al futuro.

Si comincia a decidere in questa elezioni come sarà la Coalizione (o Casa) che verrà ed ognuno dei componenti vuol metterci del suo. In Umbria, per dirne una, la Lega ha mostrato una capacità di penetrazione, per esempio nell’elettorato di tradizione Pci-Pds-Ds-Pd, impressionante, ma in altre aree fa fatica, In particolare una parte importante del mondo cattolico – certamente più le gerarchie che la base – è diffidente nei confronti dei leghisti, ed il campione di moderazione che è Andrea Romizi, il sindaco azzurro trionfatore a Perugia, è un antidoto agli eccessi salviniani come le corone d’aglio per i vampiri.

L’altra sera Perugia i tre governatori leghisti col 70 per cento e più del Pil italiano (il lombardo Fontana, il veneto Zaia e Fedriga del Friuli) hanno voluto mostrare plasticamente in Umbria la faccia del buon governo, ma senza sforzarsi più di tanto di apparire moderati (Zaia, soprattutto). La presenza di Berlusconi potrebbe avere invece un ulteriore effetto rassicurante. Diverso discorso per la Meloni e i suoi Fratelli d’Italia. In Umbria hanno fatto una campagna elettorale sul territorio da manuale. Ma non c’è verso: la magna pars dell’elettorato leghista confina direttamente con quella di FdI, se vola un partito l’altro soffre e viceversa. L’integrazione qui avviene (e fatalmente continuerà ad avvenire) sulla competizione.

Se nel centrodestra l’ottimismo per i risultati in Umbria è evidente, nel centrosinistra i segnali sono opposti. Ma le sfide elettorali sono sempre aperte e mai dire mai. Quello che non risulta facile da capire però è quale sarà il messaggio per gli elettori, una volta archiviata l’Umbria, che dovrebbe gonfiare le vele dei consensi dei partiti che compongono l’attuale Patto di Governo nazionale (quindi Pd-M5s-Leu e Iv). Iniziamo dal fondo: Iv in Umbria non si è fatta vedere, ufficialmente perché non ha candidati, meno ufficialmente perché non vuole avere responsabilità in eventuali rovesci elettorali. Da Iv quindi nessun segnale su quale sarà la linea futura, il nuovo messaggio. Se non tanta voglia di distinguersi dagli altri, con la evidente tentazione, che potrebbe perfino partire dall’Umbria, di un’opa ostile sul Pd intero.

A tutti è evidente che Zingaretti ha giocato una partita sua in Umbria, commissariando il Pd regionale, dopo la vicenda giudiziaria di aprile, a tempo di record e con lo sconfitto delle primarie (Verini) e poi lasciando che Di Maio, per conto del M5s, cancellasse il candidato civico scelto dal Pd medesimo per far spazio a un altro (Bianconi) rispettabilissimo ma certo non il Maradona-Cucinelli che si era prospettato all’inizio. Se c’è quindi un posto da dove iniziare una campagna acquisti dentro il Pd da parte di Renzi, ecco, questo è proprio l’Umbria (ovviamente qualora Bianconi risultasse sconfitto).

Ma qui siamo alle tattiche. Il messaggio che passa e unifica la proposta del Pd e dei Cinquestelle, da portare poi al Paese, quale dovrebbe essere? Questo è forse il lato più dolente per il Patto. Si è elaborata e quindi presentata una demonologia su Salvini, che ha finito per essere ripetitiva e neanche troppo convincente, in qualche caso perfino controproducente. Risultato: il voto che verrà espresso il 27 ottobre per il Patto sarà, poco o tanto, la somma matematica delle scelte a favore del Pd e di quelle pro M5s. Difficile citare invece un solo argomento comune degli alleati nel Patto, che non sia una invettiva contro il solfureo leader della Lega o una generica preghiera al dio dell’innovazione.

In verità un tentativo di dare un’idea comune in cui credere c’è stata, ma più che un’idea è stata proposta una persona, Giuseppe Conte, in quanto leader del Governo della correttezza, del buon rapporto con l’Europa, che risolve i problemi, come è stato detto. Il calcolo è stato fatto sulla popolarità di Conte, attestata da vari rilevamenti. La fragilità di questa scelta è però oggi sotto gli occhi di tutti. Il risultato delle elezioni in Umbria si conoscerà domenica notte, ma una cosa può essere già detta e sottoscritta: la piccola regione del centro è stata più utile, come laboratorio, al nuovo centrodestra, mentre il lavoro per costruire intorno al Patto di Governo Pd-M5s una proposta di un qualche segno omogeneo, coerente e di respiro è tutto da fare. Sempre che Renzi non approfitti dell’Umbria per far saltare il banco e nel centrosinistra si ricominci da capo.