VISTI DA VITTORIA | “The white crow”, un omaggio all’uomo che rivoluzionò la danza classica maschile

di Vittoria Epicoco

UMBRIA – Nel suo terzo film da regista, Ralph Fiennes, ispirandosi al romanzo di Julie Kanavagh ‘Nureyev- The Life’, regala un biopic su uno dei più grandi ballerini del XX secolo: Rudolf Nureyev – The White Crow. Proprio per il ruolo di Rudy, Fiennes sceglie Oleg Ivenko, ballerino ucraino ventiduenne, che alla sua prima esperienza cinematografica dà prova di saper stare eccezionalmente sul “palcoscenico del grande schermo”. 

Oltre alla incredibile somiglianza con il vero Nureyev, oltre ad un portamento elegante in passi di danza che sanno come incantare gli occhi di chi guarda, Oleg ne interpreta in modo brillante anche i tratti caratteriali: noto per il suo non essere una persona facile, Nureyev era ribelle, arrogante, senza regole, insopportabile perfezionista, smodatamente esigente, il tutto probabilmente frutto di un’infanzia tormentata – Rudy nasce in treno, in Siberia, è ultimo di cinque figli, cresce con le tre sorelle, il fratello e la madre, mentre matura un rapporto piuttosto conflittuale col padre, di religione musulmana e di presenza limitata in quanto commissario politico dell’Armata Rossa in piena seconda guerra mondiale.

La pellicola si apre nel momento – o quasi – in cui Rudy è con la compagnia di balletto del Teatro Kirov in trasferta a Parigi, e da quel momento in avanti è un rimbalzo continuo tra flashback riguardo la propria infanzia ed i sei anni precedenti Parigi, dentro i quali si sviluppa in modo più o meno profondo l’altalenante rapporto con l’insegnante di danza Aleksander Pushkin (qui proprio Ralph Fiennes). E la discontinuità sembra essere una costante nei suoi rapporti interpersonali, tranne in un caso: Claire Saint (Adèle Exarchopoulos), sua grande amica che lo aiuterà anche ad organizzare la fuga dall’Unione Sovietica e a chiedere asilo politico in Francia, in piena Guerra Fredda. 

Fotografia e musica, rispettivamente di Mike Eley l’una e di Ilan Eshkeri l’altra, danno un tocco a dir poco magico al lungometraggio che diventa intenso, imponente (la musica classica è sempre una scelta elegante e risonante), utilizzo di colori sia caldi sia freddi; particolare attenzione al dettaglio resa con l’uso quasi spasmodico del binomio luci-primo piano. Ma ciò che, in assoluto, fa di questo film qualcosa di incantevole, è l’incessante parallelismo tra danza e arte, come qualcosa di effettivamente inscindibile, che chiama in causa pittori di vero spessore come Rembrandt, Matisse, Géricault, e altri…

In generale, la scelta del soggetto è insolita, ma questo non deve sorprendere perché è tipico della regia di Fiennes optare per personaggi un po’ “marginali” nel panorama cinematografico moderno – Coriolanus (2011) e The Invisible Woman (2013), il quale ha peraltro ricevuto diverse nomination una delle quali agli Oscar, non sono arrivati alla distribuzione nelle sale italiane ma sono due film di spessore. Con il termine marginali ci riferiamo ovviamente al fatto che i biopic attuali ruotano spesso attorno a personalità forti che abbiano fatto la storia (o quantomeno cambiato); il balletto, come l’opera, è ormai purtroppo un interesse di nicchia, ed è quindi più raro riuscire ad essere parte di qualcosa di così ugualmente magnifico, ed apprezzarlo a pieno. Per fortuna esistono ancora registi come Ralph Fiennes.