VISTI DA VITTORIA di VITTORIA EPICOCO | Nei cinema, la biografia del primo pentito di mafia, straordinariamente interpretato da uno dei migliori attori in Italia (dialetto siciliano compreso)

di Vittoria Epicoco

Il pluripremiato regista Marco Bellocchio, mette tutto il proprio impegno nello scrivere – sul grande schermo – la biografia del primo pentito di mafia Tommaso – Masino – Buscetta (Pierfrancesco Favino) il quale, collaborando con la giustizia, permise ai magistrati Borsellino e Falcone di arrivare alle radici dell’organizzazione mafiosa di Cosa Nostra.

Il traditore, presentato all’ultimo Festival di Cannes ed uscito nelle sale cinematografiche in occasione dell’anniversario della morte del magistrato Giovanni Falcone, ripercorre quei momenti salienti che condussero al Maxi Processo del 1986, e che fece da apripista a tutto il resto. È quindi da considerarsi un vero e proprio docu-film, e non tanto nell’accezione specifica del termine, quanto per il modo in cui il lungometraggio è strutturato in termini di fotografia e montaggio.
In alcune circostanze, le scene si susseguono in modo quasi destrutturato, ciò è reso possibile soprattutto attraverso l’ausilio di flashback che lì per lì possono anche sembrare messi a caso, ma nell’insieme risulta invece chiaro quanto niente sia lasciato al caso; inoltre la quasi totalità dei cambi di scena avviene mediante interruzioni improvvise che, in taluni casi, interrompono musica – qui di Nicola Piovani – o parole (questo si può apprezzare o meno e va tendenzialmente in base ai gusti strettamente personali). La regia opta poi per inserire almeno due momenti presi dai fatti realmente accaduti e, anche se la storia la si conosce, non diciamo quali.

Lo stile, nel suo insieme, è estemporaneo e permette a chi guarda di immergersi a tal punto nella narrazione dei fatti, da immaginare di trovarsi a quella stessa diretta mandata in onda su Rai Due alla fine degli anni Ottanta. Le scene di vita privata sono quantitativamente azzeccate – non troppe né troppo poche – e comunque per lo più sono scene in cui il regista sembra voglia più che altro cogliere lo stato di inquietudine in cui il Buscetta è costretto; il vivere giorno e notte nella paura è una costante durante tutta la proiezione. È evidente che, voler raccontare una biografia non raccontandola, è stata, da parte di Bellocchio, una scelta appropriata.

E se di solito è obbligatorio “dare a Cesare quel ch’è di Cesare”, qui ci sembra più che necessario fare un appropriato elogio alla competenza, e soprattutto versatilità, di Pierfrancesco Favino che, ancora una volta, (stra)avvalora la propria impeccabile preparazione e professionalità come attore. Già nei più recenti ACAB – All Cops Are Bastards e Suburra (entrambi di Stefano Sollima) aveva dimostrato di saper indossare alla perfezione i panni di uomini – in un modo E nell’altro – implicati in questioni di Stato e, anche in questa ultima occasione, ha dato riprova di tale adeguatezza. Inconfondibile la sua espressività, accentuata da molteplici primi piani, e quasi esagerato lo studio dietro la parte da impersonare: Favino ci sorprende con un ottimo brasiliano e un altrettanto buon dialetto e accento siciliano (salvo alcuni momenti in cui tira fuori da se stesso più che altro un’anima quasi bulgara).

Ancora, la compiutezza con cui i tre confronti nel Maxi Processo sono recitati, se paragonati agli originali: il primo con Pippo Calò qui interpretato da Fabrizio Ferracane, il secondo con Totò Riina (Nicola Calì) e l’ultimo nel processo Andreotti (Pippo Di Marca). Non dimenticando però, infine, anche una profondità che traspare dal rapporto Buscetta-Falcone.

Comunque, occuparsi di un argomento che ci tocca da vicino poteva sembrare un’impresa fattibile, ma siamo sicuri non sia stato affatto comodo per Bellocchio arrivare fino infondo. Il rischio poteva essere quello di ritrarre Buscetta come un eroe, dimenticando sia stato un criminale. E questo rischio, non c’è stato. Il film lascia un po’ di amaro in bocca, un’amarezza naturalmente inevitabile ma necessaria.