“Coltiviamo l’Appennino centrale: risorse e criticità”: ecco quanto emerso nel coso dell’incontro promosso da Confagricoltura

PERUGIA – Sviluppare un modello economico/produttivo del bosco, promuovere la superficie boschiva come coltura agraria a tutti gli effetti e incentivare una nuova gestione faunistico-venatoria per gli ungulati e i predatori: sono questi i principali obiettivi sui quali si è sviluppato il confronto tra agricoltori, associazioni di categoria e istituzioni nell’ambito dell’incontro “Coltiviamo l’Appennino centrale: risorse e criticità”, promosso da Confagricoltura, che si è tenuto giovedì 4 aprile all’Hotel Giò Jazz & Wine di Perugia.

D’altro canto, l’Italia è un paese forestale con 10,9 milioni di ettari di bosco e terre boscate, ovvero il 36,4% della superficie nazionale, con un incremento notevole negli ultimi anni, che ha portato la superficie forestale a superare quella agricola. InUmbria, oggi, la superficie forestale è il 50% del territorio.
Eppure noi italiani utilizziamo il 25-30% del potenziale, contro una media U.E. del 56%, con prelievi annui che sono la metà di quelli di Francia, Spagna e Portogallo (4 m3/ettaro/anno) e ancora di più rispetto a Germania e Gran Bretagna (5,6 e 5,4 m3/ettaro/annui). Siamo il 1° esportatore europeo di prodotti finiti (3° al mondo), ma anche il 1° importatore mondiale di legna ad uso energetico e il 2° in Europa di legname. Probabilmente siamo anche il 1° importatore di legname illegale.

Su questi dati si è, dunque, sviluppato il confronto che ha visto coinvolte le cinque regioni dell’Appennino centrale, Umbria, Toscana, Emilia Romagna, Marche e Lazio, rappresentate dai rispettivi assessori regionali all’Agricoltura, così come daipresidenti regionali di Confagricoltura e gli esperti Raoul Romano, del Centro ricerche politiche e bioeconomia CREA e Marco Apollonio dell’Università di Sassari. Insieme a loro, il Capo Dipartimento del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e Turismo Giuseppe Blasi e il Presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti.

«Il convegno – ha spiegato Fabio Rossi, presidente Confagricoltura Umbria – offre l’opportunità di un confronto immediato e diretto tra le cinque regioni, il governo e gli agricoltori, con un valido supporto scientifico e tecnico, così da affrontare le tematiche relative alla gestione del bosco e della fauna selvatica con il giusto approccio, tanto per quanto le criticità, quanto per le opportunità. Questo è fondamentale -ha proseguito Rossi- anche per contrastare le false informazioni e le opinioni non suffragate da rilievi scientifici, con cui troppo spesso ci si muove anche quando si parla di agricoltura. Riteniamo che compito di Confagricoltura sia anche quello di diffondere una corretta informazione. Per quanto riguarda la gestione della fauna selvatica in particolare, -ha concluso Rossi- Confagricoltura Umbria in questi ultimi mesi ha cercato un confronto serrato e fattivo al fine di una corretta applicazione delle leggi, contestando il mancato controllo regionale sui risultati ottenuti degli Atc nel contenimento dei cinghiali».

Aree boschive

Incentivare, dunque, un utilizzo energetico della risorsa boschiva, che oggi, grazie anche alle moderne tecnologie, è in grado di fornire rendimenti energetici superiori al 90% e minime emissioni, è quanto chiedono gli agricoltori di Confagricoltura alle istituzioni. Il che implica -secondo quanto emerso dall’incontro- un nuovo modo di intendere il boscostesso, da considerarsi coltura agraria a tutti gli effetti e non un’entità astratta completamente vincolata. I dati ci dicono, del resto, che l’80% dei boschi è situata in aree rurali interne, per le quali la valorizzazione del patrimonio forestale potrebbe essere un’opportunità di sviluppo economico. Ma per farlo è necessaria anche una gestione attiva delle foreste, che non si sostanzia solo nella pianificazione degli interventi, quanto piuttosto in un vero e proprio rinnovamento periodico della risorsa forestale, necessario per garantire una redditività economica delle aree boschive, spesso svantaggiate, valorizzando il ruolo e la funzione del bosco.
Se andiamo a vedere nello specifico l’utilizzo di biomasse solide – la prima fonte rinnovabile- troviamo che l’incidenza delle famiglie italiane che utilizzano legna da ardere per riscaldamento (Istat) è pari al 21,4% del totale delle famiglie residenti. Laregione Umbria è la prima in Italia per consumo di legna da ardere (47 famiglie su cento) ed è una delle Regioni con più alto consumo di pellet (11 famiglie su 100).
Non dimentichiamo, infatti, che un ettaro di bosco gestito è in grado mediamente di generare (in 300 anni) un risparmio di 1.603 t di CO2, ovvero 10 volte maggiore al risparmio conseguibile da una foresta vergine (146 t CO2), poiché il legname prelevato, attraverso la sua valorizzazione energetica, sostituisce vettori energetici fossili.
Le istituzioni, quindi, devono promuovere un giusto modo di fare selvicoltura, con una visione strategica del bosco e un maggiore controllo da parte delle forze dell’ordine, per contrastare l’abusivismo e il lavoro irregolare da parte di aziende e cooperative forestali. Sul piano occupazionale i dati ci parlano di circa 80mila imprese per 400mila addetti, più circa 50mila operai forestali dipendenti di PA.

Fauna selvatica

Altro tema particolarmente sentito quello della gestione della fauna selvatica e dei danni che questa provoca sempre più spesso e sempre più ingenti all’agricoltura. Ciò che interessa agli agricoltori è poter svolgere l’attività economica e restare sul mercato, non avere il rimborso del danno. Per questo è necessario riconoscere che la legge 157/92 non è più attuale e non consente di intervenire efficacemente, impostata com’è su una conservazione della fauna selvatica spesso non più adatta allo sviluppo del territorio, sia dal punto di vista economico, ma anche della salute (rischio peste suina sempre più diffusa dai cinghiali) e della sicurezza (aggressioni e incidenti stradali).

Sui danni da fauna selvatica, Confagricoltura si è spesso e con determinazione battuta per il risarcimento agli agricoltori da parte dello Stato, sia dei danni diretti determinati dalla perdita di produzione, sia dei danni indiretti, per la perdita di penetrazione nel mercato. Ma è, al contempo, necessaria l’attuazione di politiche di contenimento adeguate. Proprio nel 2018 Confagricoltura Umbria aveva presentato una diffida alla Regione dell’Umbria per predisporre piani di contenimento delle specie dannose. i danni provocati dai cinghiali, nutrie, storni e corvidi sono sempre di più, mentre gli indennizzi risultano sempre più inadeguati sotto tutti i punti di vista. La mappatura del territorio regionale è totalmente inadeguata alla situazione attuale, ledendo così gli interessi degli imprenditori agricoli umbri, nel diritto di proprietà e di iniziativa economica che la Costituzione italiana tutela, senza considerare i problemi alla sicurezza.