un contributo de Il Tarlo

Era una giovane insegnante di scuola elementare, già sposata, già mamma, già con anni di esperienza alle spalle, sia di insegnamento sia proprio di bambini. La prima volta, quella che forse aveva impresso una direzione alla sua vita, si era dedicata alla sorellina di dieci anni più piccola.

Solo pochi anni dopo aveva cominciato a lavorare e provava fastidio che la chiamassero maestrina, sempre con l’ombra di un risolino sulle labbra, perché lei sentiva, invece, che il suo lavoro era fra i più importanti. Quando era giovane l’importanza del lavoro non si misurava come oggi con l’entità della remunerazione, o forse era lei che non lo faceva.
Aveva avuto modo di vivere numerose esperienze, la più difficile nella scuola di un collegio gestito da suore, la più dura al nord Italia, in Lombardia, che negli anni settanta era come oggi andare all’estero. Per poter cominciare aveva dovuto pure sottoporsi al vaccino per il colera, imposto ai lavoratori provenienti da altre regioni, anche se l’epidemia del ’73 non aveva toccato le regioni del centro. Sembra una cosa di poco conto, ma a lei sembrò un “marchio”.
Il filo rosso che aveva tenuto insieme i pezzi della sua vita era l’entusiasmo che le suscitavano i bambini, forse l’unico motivo che le aveva dato la forza di non arrendersi e tornare a casa, con quell’orribile treno, dalla famiglia, cui pensava piangendo quasi tutti i giorni. Non si era arresa, neppure al buio dell’austerity; neppure alla paura del terrorismo; al freddo ed alla fame che le facevano patire le suore, dove i suoi genitori avevano ritenuto opportuno collocarla a pensione e dove spendeva gran parte di quello che guadagnava.
Stare con i bambini era un’esperienza incredibile, si sentiva importante, quasi indispensabile, nei loro occhi leggeva quello che non aveva mai trovato: la fiducia senza riserve, non immaginava neppure che esistesse.
I genitori la stimavano, lasciavano i bambini sulla porta con serenità e sapevano che i loro figli sarebbero stati bene e che sarebbero usciti da scuola sorridendo; a volte le confidavano cose più grandi di lei, chiedevano consigli…
Infine dopo tanta gavetta, era ancora una giovane insegnante di scuola elementare, già sposata, già mamma, già con anni di esperienza alle spalle, sia di insegnamento sia proprio di bambini, quando accade qualcosa che non dimenticò più.

Un giorno, verso la fine dell’anno scolastico, in una quinta elementare, si parlava di vacanze ed un bambino aveva detto: “se nonno muore quest’anno andiamo in vacanza!” con un tono di fervido desiderio.
Era un bambino molto trascurato, vicino al quale difficilmente si sedeva qualcuno, aveva un’aria strana e non rideva mai. Lei si era impegnata per capirlo ed aiutarlo, ma era riuscita a fare ben poco, con la mamma aveva parlato una sola volta, ma non le aveva fornito il modo di entrare in contatto con quell’alunno, così indifferente ad ogni sollecitazione, così poco propenso a parlare, a giocare, a ridere; così poco bambino.
Quella sua frase, che ebbe la forza di un pugno nello stomaco, le dette modo di capirlo. Fu la chiave per aprire la sua anima, nascosta fra cose ammucchiate alla rinfusa e pensieri da spiegare. Il resto della storia è in parte bello ed in parte mutilato perché il più delle volte, quando i bambini crescono non li vedi più e se li incontri non li riconosci, qualche volta ti riconoscono loro e ti abbracciano con forza.
Questa cosa mi è stata raccontata ed il mio tarlo, dispettoso me la fa tornare in mente ogni volta che, a televisione o sui giornali, si riconosce alle “famiglie” il diritto di veto su questa o quella tematica che qualcuno propone di inserire nei programmi scolastici.
Ma di quali famiglie stiamo parlando? Di ipotetiche famiglie ideali?
Per conto mio la famiglia ha un compito educativo e sociale così importante che dovrebbe essere costantemente monitorato e che è assolutamente in conflitto con la possibilità di erigere barriere che escludano argomenti di interesse generale.
Il pretesto che si adduce al veto, di solito, è quello di voler salvaguardare il diritto dei bambini a non essere turbati da argomenti per i quali non hanno la maturità necessaria. Eppure sappiamo che preservarli da tutto è impossibile, non sarebbe, dunque, più opportuno dare loro l’occasione di capire?