POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Le primarie dei circoli dell’Umbria – meno di 3mila votanti – diventa test nazionale di rilievo. Gli endorsement dei leader non seguiti. Tanti strani movimenti tenuti insieme da una gran voglia di ritorno all’antico

di Marco Brunacci

PERUGIA – L’Umbria è da sempre un test rilevante per la filiera Pci-Pds-Ds-Pd. Non una regione qualunque. Lo ha dimostrato l’elezione di Gianpiero Bocci a segretario regionale alla guida di una coalizione molto ampia e variegata, con il mantra del partito inclusivo e del “tutti insieme (più o meno appassionatamente) se non vogliamo morire”, che è anche la strada obbligata per il partito nazionale. Della forza delle prime settimane dell’esperienza Bocci abbiamo appena detto, ma alle primarie aperte ai soli iscritti dei circoli del Pd per decidere il segretario nazionale si è visto subito il limite della dottrina ecumenica del neosegretario.

Leader di rilievo si sono mostrati scettici sulla proposta del candidato Zingaretti e poi i territori dove dovrebbero avere un seguito hanno votato Zingaretti. Votavano solo gli iscritti (che sono pochi e in pochissimi sono andati a votare), si dovevano solo decidere i primi tre, i quali devono poi affrontarsi il 3 marzo alle primarie vere aperte a tutti (le uniche primarie degne di questo nome), ma subito si sono visti i movimenti più strani, preferibilmente nell’ombra. Conclusione: di sicuro l’apparato ha scelto Zingaretti, sulle scelte della base è più difficile dire visto l’esiguità dei numeri. Di sicuro personaggi del passato hanno manovrato per Zingaretti, mentre qualcuno che doveva lavorare non per Zingaretti si è preso un turno di riposo.
Ora questa consultazione doveva essere una gara amichevole in vista della finale di Champions (le primarie del 3 marzo). In realtà la consultazione è servita per dire che la base del Pd è di Zingaretti e che il 3 marzo si deve solo ratificare la sua nomina.
In Umbria con 1500 voti, che servono a vincere senza un pensiero il Comune di Polino, si è assicurato un successo di immagine (con Martina a 1100) e chi si attendeva – conseguentemente agli endorsement dei vari leader – un risultato diverso dovrà prendere atto che muoversi dentro il Pd è come decidere di fare una passeggiata in una palude della Malesia: esporsi a mille insidie.

Indiscrezioni aggiungono che c’è movimento per chiudere una intesa strategica tra il leader laziale e il Macron di casa nostra, Calenda. Come dire: il diavolo e l’acqua santa, ma nel Pd può succedere (e succede) di tutto. Le stesse indiscrezioni dicono che il sinistro Zingaretti arruolerebbe tra i suoi anche il manager meneghino Beppe Sala, sindaco di Milano, uno dei pochi del Pd che ancora ha un potere solido ed è corteggiato dall’establishment nazionale.
È evidente che le amichevoli nei circoli del Pd, con un numero di iscritti ridotto all’osso e vasta astensione, comunicate come si deve, sono già servite per stendere il tappeto rosso per Zingaretti. Ora si tratta di vedere se ci sarà l’ingresso trionfale. Intanto il voto – importante – dell’Umbria insegna che al fondo del Pd c’è sempre un gran desiderio di ritorno all’antico.