un contributo de il Tarlo

Durante le festività natalizie il mio tarlo si è dato veramente da fare, ma non voglio dargli soddisfazione, ancora una volta ho deciso di lasciar perdere il natale, la famiglia ed il tarlo, in fondo ne sono uscita anche quest’anno.

Ora si vendica e mi ripropone un tema estremamente complicato, ho sempre rifiutato di assecondarlo perché bisogna essere molto bravi per dire qualcosa di nuovo in materia Integrazione. Integrare, rendere integro; integrare qualcuno, mettere in moto processi che gli consentano l’appartenenza.
Quando si parla di integrazione mi viene sempre in mente una mia compagna di scuola e la lettera che avrebbe dovuto scrivermi per liberarsi la coscienza, voglio farle un favore, la scriverò io per lei.
«Ciao, ti ricordi di me? Le nostre strade si sono incrociate quando tu entrasti per la prima volta nella nostra scuola ed il preside decise di assegnarti alla nostra classe che era costituita da un gruppo eterogeneo per diversi fattori che non serve elencare, forse era semplicemente una classe come tante altre.
Le amicizie, nel senso di frequentazioni fuori dalla scuola, erano quasi inesistenti, limitate alla stretta cerchia di compagni residenti nel medesimo paese, distante qualche chilometro dalla scuola e che, non solo prendevano lo stesso mezzo tutti i giorni, ma si conoscevano già da piccoli. Io ero in quel gruppo, che ancora oggi rappresenta il gruppo degli amici di sempre e nel quale non ti abbiamo mai invitata, gli altri erano solamente compagni di scuola.
La classe, poco numerosa, comprendeva alcuni buoni elementi, per esprimersi come i professori, qualche simpatico sfaticato, un numero preponderante di mediocri, termine non usato, ma corrispondente alla valutazione dei professori, che purtroppo era palese.
Io ero considerata la più brava, forse soprattutto perché tra i professori c’era una gerarchia, non legittimata, ma evidente. In quella corte di adulti, così simile al pollaio di Andersen, l’insegnante di matematica e l’insegnante di religione erano ai vertici ed io ero brava in matematica e molto rispettosa nei confronti del sacerdote che ci dava lezioni di religione cattolica.
C’erano anche un paio di ripetenti che tutti ammiravamo perché a loro non importava nulla del fatto di non essere bravi a scuola, non avevano alcun timore né degli insegnanti né dei propri genitori. Erano sempre allegri, scherzavano su tutto, anche nel corso delle lezioni e si sentivano gratificati dal proprio ruolo di “adulti” all’interno di quel microcosmo. Conoscevano, infatti, molte più cose di noi soprattutto in fatto di alcol, sesso e turpiloquio.
Ricordi? C’era anche una non vedente, viveva in collegio e parlava poco, perché solo alcuni di noi le si avvicinavano e le rivolgevano qualche domanda, tanto per sollecitarla a raccontare, come avviene abitualmente a chi vive nei piccoli paesi. La sua solitudine, il suo silenzio ed il suo buio ci impietosivano. È giusto provare solo pietà per un proprio simile? Allora non me lo chiedevo.

Tu sì, parlavi spesso con lei, forse perché era del sud, come te. Ricordo che veniva messa fuori dall’aula, nel freddo corridoio, al momento del compito in classe perché l’utilizzo dello strumento per scrivere in braille dava fastidio, più agli insegnanti che a noi, a noi dispiaceva questa cosa.
Ricordo di quegli anni le assurde proibizioni, rivolte quasi tutte a noi ragazze, come quella di non potersi affacciare alle finestre perché il preside non voleva. Non dovevamo esporci agli sguardi dei passanti, specie se ragazzi del vicino istituto, frequentato esclusivamente da maschi. Un giorno dalla finestra, prima che avessero inizio le lezioni, guardavi ciò che per noi aveva il fascino del frutto proibito e ti capitò di incrociare proprio gli occhi del preside che stava per varcare il portone della scuola e che, naturalmente, faccia in su, controllava che nessuna ragazza fosse a guardare fuori. Prontamente ti sfilasti la fascia che ti teneva i capelli lontano dal viso, appena in tempo, pochi minuti prima che nell’aula entrasse il preside come un demone a chiedere ove fosse la ragazza con la fascia nei capelli, nessuno volle dirglielo e tu poi ci guardasti con gratitudine.
Ti abbiamo conosciuta poco dopo l’inizio del secondo anno scolastico, il preside entrò in aula seguito da te, ti definì la nostra nuova compagna di classe, ci mancavi solo tu! Ci sembrasti subito strana, soprattutto perché portavi i calzini e le trecce. Noi indossavamo gonne molto corte con golfini aderenti e portavamo la coda di cavallo. Durante la ricreazione ti rivolgemmo tante domande, tu ne fosti chiaramente contenta e ci rispondesti con un accento del sud che dette fastidio a molti di noi.
In classe c’erano già dei meridionali, uno dei ripetenti, ad esempio, ma lui ci era simpatico, era divertente, spensierato, disimpegnato, sapeva farci ridere per ogni cosa, tutto ciò che raccontava era “una comica”, ma soprattutto ci esilarava il suo disturbo costante alle lezioni di quei professori che non temevamo. Non ci importava che fosse trasandato, che ci chiedesse sempre parte della nostra merenda o qualche sigaretta o qualche moneta…
Tu eri diversa, all’inizio eravamo curiosi e poi sempre più irritati, eri come si usava dire all’epoca, una ragazza di buona famiglia, di famiglia numerosa, venuta nella nostra regione perché i tuoi genitori avevano colto l’opportunità di fare carriera anche se questo aveva comportato lasciare il vostro paese.

Ci dette fastidio il tuo aspetto “perbenino”, il tuo modo di parlare aperto, sincero anche interessante, ma con una pronuncia per noi insopportabile, trovammo irritante il tuo dispiacere per essere venuta nella nostra regione lasciando affetti, certezze, sole e mare. “E vattene!”, pensavamo, “chi ti ci ha chiamata qui?” Quando non eri presente ci trovavamo a criticarti senza riserve.
Perché eravate venuti a vivere a casa nostra? Rimpiangevi la casa che avevi al tuo paese, tu, che abitavi in una delle case più belle nella zona alta! Perché i tuoi genitori erano venuti a prendersi posti di lavoro prestigiosi mentre i nostri si trovavano in ben altra situazione? E, soprattutto, perché non gli impedivano di dare esempio di quanto si può essere incivili mettendo al mondo tanti figli?
Ti scrivo oggi, che siamo diventate nonne, perché quando penso all’integrazione mi viene in mente tutto questo e mi vergogno».