Maxi indagine dei carabinieri di Umbertide e Città di Castello: 20 le persone indagate. Un giro d’affari da oltre 30mila euro al mese

UMBERTIDE (Perugia) – Pendolari dello spaccio. Con turn over. Pendolari che ogni tre mesi facevano i bagagli: dall’Albania raggiungevano l’Umbria, muovevano ingenti quantità di droga e poi tornavano a casa loro «nel palese intento di ostacolare la loro identificazione», ipotizzano i carabinieri del Nucleo operativo di Città di Castello e della stazione di Umbertide, che nell’ambito dell’operazione – denominata “Boomerang” – hanno indagato in tutto 20 persone, cittadini italiani, albanesi e magrebini.

In sostanza, stando alle indagini coordinate dal sostituto procuratore Emanuela Comodi, i pusher albanesi si davano il cambio. Sfruttavano i tre mesi del visto turistico, spacciavano in Alto Tevere quanta più droga possibile e poi se ne andavano, pronti a essere sostituti da qualche altro criminale. Nel corso dei mesi i carabinieri hanno raccolto «innumerevoli elementi di riscontro», integralmente condivisi dalla procura che in questi giorni ha notificato ai diretti interessati la conclusione delle indagini preliminari.

Indagini partite da lontano in realtà, a febbraio del 2017, dopo un’escalation di episodi di spaccio registrati a Umbertide e in aree limitrofe. Dove alcuni albanesi – raccontano i militari – residenti in zona da anni e già noti alle forze dell’ordine, avevano organizzato una vera e propria attività di spaccio, «operante ininterrottamente giorno e notte» che ogni tre mesi reclutava dall’altra parte dell’Adriatico la propria mano d’opera e che riusciva «a far fronte tempestivamente alle richieste degli acquirenti 24 ore su 24».

Nell’ambito di quell’indagine furono in 7 a finire in manette, tra cui anche una donna, 15 le persone denunciate a piede libero per spaccio di stupefacenti di vario tipo e 45, all’incirca, gli assuntori segnalati in prefettura. Le perquisizioni effettuate nel corso dell’intera indagine, che a marzo ha portato in carcere altre due indagati, hanno permesso di recuperare ingenti quantitativi di stupefacenti, bilancini di precisione, materiale per il taglio della droga e persino alcuni telefoni cellulari lasciati in pegno da tossicodipendenti pur di acquistare la propria dose giornaliera. Un giro d’affari enorme. Che secondo gli inquirenti, prima di essere smascherato, avrebbe fruttato oltre 30mila euro al mese.