POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Per il deputato a Terni la sede di voto in piazza non è una garanzia (meglio nelle più riservate stanze del partito?), ma l’ex sottosegretario non lascia la linea francescana e sostiene che il vero successo sarà la partecipazione al voto. Così parte lo sprint verso il 16

di Marco Brunacci

PERUGIA – Tema: questo caos nel Pd nazionale a chi gioverà tra i due contendenti alle primarie (in programma il 16 dicembre) per la segreteria regionale dell’Umbria, Bocci e Verini?

Un giro di orizzonte tra osservatori attenti e la risposta è unanime: Walter Verini è da sempre interprete della romanità del partito, è stato 8 anni nell’entourage del sindaco di Roma, Veltroni, ed era accanto a lui quando varava il Partito democratico a livello nazionale. Verini ha perfino un po’ pagato, con Renzi imperatore del partito, il suo veltronismo (ma comunque è sempre stato eletto nel maggioritario, senza voti alla sua persona, ed è stato così salvato dallo sterminio dei candidati del proporzionale). E ora il fatto di essere a livello nazionale a favore di Zingaretti non lo avvantaggia di un millimetro: rientra pur sempre nello logiche romane.
Minniti che si ritira dalla corsa nazionale è però un punto in meno per Bocci? Gli stessi osservatori sottolineano: Bocci ha passato le prime due settimane della sua campagna elettorale (ben prima che Minniti mollasse) verso le primarie del partito del 16 sempre e solo a dire che l’Umbria è l’Umbria e Roma è lontana con i suoi incerti equilibri, con le sue fumisterie. Non solo: ha dato come input quello di un partito che dall’Umbria poteva prendere una nuova spinta. Oltre gli schieramenti consolidati, oltre le logiche vecchie e consunte. Che si sono adesso evidentemente mostrate con tutti i loro limiti. Con un Renzi fuori controllo e un Minniti che molla la candidatura. Lasciando Gentiloni a chiedere Zingaretti segretario subito, a dimostrazione che tutti, ma proprio tutti, hanno perso il senso della misura.

Il Bocci pensiero vuole un partito dell’Umbria autonomo, che torni grande come un tempo (e qui grande è stato), ma ripartendo dagli iscritti e dai votanti, non da logiche romane. Verini gioca molto sui toni alti e sul “contro”. Bocci fa il francescano – sempre che non si superi il limite, par di capire – non risponde ad alcuna intemerata veriniana.
Sul caso del gazebo di Terni si è avuta la plastica dimostrazione di come i due candidati hanno impostato la campagna rispettiva verso le primarie: Verini ha attaccato duro. Il gazebo in piazza darebbe meno garanzie di un seggio al coperto nella sede del partito? Ai toni accesi di Verini non è seguita alcuna replica di Bocci. Risultato? Il gazebo resta in piazza solo perchè nessuno ha ravvisato nella sua presenza una negazione della democrazia. Anzi, a volerci riflettere, l’impressione è che sia esattamente il contrario.
Resterà la linea francescana di Bocci anche nell’ultima settimana di campagna elettorale verso le primarie del 16? Ad ascoltare il candidato ex sottosegretario agli Interni pare proprio di sì: parla solo di futuro, di iscritti che tornano a contare, a decidere la linea di questo Pd, che nella versione umbra tornerà ad avere voce in capitolo sul destino di questa regione. Nella sua agenda molti incontri con la gente in carne e ossa, mentre Verini continuerà soprattutto con la campagna social e un’altra raffica di video. Che qualche volta premiano, qualche altra volta no.