POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Primarie: Bocci ha presentato un ampio schieramento di “anime” diverse, ma Verini non fa passi indietro e Pensi rilancia. Obiettivo? Evitare di far raggiungere a un candidato il 50% più uno dei consensi e far tornare la decisione all’assemblea

di Marco Brunacci

PERUGIA – Contro ogni buon senso comune, contro ogni richiamo all’unità, sarà allora sfida a tre per la segreteria regionale del Pd, il partito che ha avuto in tutte le sue declinazioni un ruolo determinante nella politica e nell’economia dell’Umbria, facendo da maggioranza e da opposizione, e adesso, per la prima volta nella sua storia, alle prese con l’esplosivo fenomeno umbro della Lega che gli ruba tutti i giorni voti, simpatie, spazi nella società e relativi bacini elettorali.

L’ultimo arrivato (tre giorni fa) nella contesa per la segreteria, è Gianpiero Bocci, ex sottosegretario, uscito dal tritacarne dell’ultima tornata elettorale dove sono stati risparmiati solo i Pd del listino, il quale ha radunato un gruppo rilevante di persone a Ponte San Giovanni e si è gettato nella mischia. Generazioni diverse, responsabilità di molti livelli, anche persone che si erano già espresse per altri candidati alla segreteria, alcune distanti dal modo di Bocci di stare nel partito. Amministratori che vanno da Chiodini a Betti a Pasquali a Presciutti, sindaci giovani, giovanissimi e un po’ meno giovani, quelli però rimasti vincenti, legati al territorio, che rappresentano istanze e città. La Letizia Michelini, sindaco di Monte Santa Maria Tiberina, che doveva essere spesa per vincere la corsa alla presidenza della Provincia di Perugia, finita poi invece al socialista Bacchetta, e ancora la Falaschi di Citerna, Germani di Orvieto, la Proietti di Assisi. Tutta gente che può dare una mano rilevante nella costruzione di un Pd umbro «soggetto collegiale», al di là delle divisioni anche nazionali, come ha chiesto Bocci, e «non a una candidatura di una parte del Pd» (parole sottolineate della Gianpiero’s version).

Contro di lui si schiera Walter Verini, che, sceso in campo mesi fa in nome dell’unità del partito (tema al quale è giustamente sensibile anche perché la sua conferma a parlamentare, nel proporzionale, è dovuta ai voti di tutto il Pd) e il superamento delle correnti, in campo ci è rimasto ugualmente essendosi trovato bene. Raccontano di un Grande Stratega Umbro che ha deciso di far giocare al candidato Verini, dopo la carta dell’unità, quella del documento dei “compagni che me lo chiedono”. Nelle sue fila, Grande Stratega a parte, sarebbero rimasti Paparelli da Terni, De Rebotti da Narni e Todini da Marsciano (ma, attenzione, con Chiacchieroni protagonista all’assemblea di Ponte San Giovanni a favore di Bocci). Un po’ poco per dire: “A un mio ordine scatenate l’inferno”, e però magari sufficienti (insieme agli effettivi di Pensi) per provare a darsi un obiettivo meno ambizioso: quello di non far raggiungere ad alcun candidato quota 50% più uno. Quando qui si dice ad alcun candidato, dopo aver visto l’affluenza e le anime del partito molto diverse tra loro confluite a Ponte San Giovanni, si dice in pratica che l’obiettivo è di non consentire a Bocci di giungere al 50% più uno nelle primarie di metà dicembre.

E questo perché – qui bastano strateghi piccoli e medi per rendersene conto – , statuto del partito alla mano, un risultato dove nessuno dei candidati raggiunga la maggioranza assoluta alle primarie farebbe tornare in capo all’assemblea la decisione su chi dovrà essere il nuovo segretario regionale. Non è difficile immaginare che casbah possa scatenarsi, tra mercanteggiamenti, giochi di correnti e anche solo di spifferi, piccoli e grandi maneggi e traspeggi di ogni sorta. Un’eventualità che non metterebbe a rischio tanto questo o quel segretario regionale, quanto piuttosto il futuro di un partito che ha bisogno come il pane di recuperare un minimo di credibilità tra la gente, prima che nel personale politico.

Il terzo candidato, progettato poco dopo le dimissioni da segretario Giacomo Leonelli, è Pensi in ticket con la Meloni. L’impronta leonelliana viene data per scontata, anche se, a questo punto, si deve riflettere su un fatto inoppugnabile: non è sfuggito a nessuno che, in sede di presentazione della candidatura, Pensi ha sottolineato molti aspetti positivi del suo carattere politico, esibito la carta di identità, ma non ha fatto leva, come quasi tutti si attendevano, sul suo ruolo di braccio destro dell’ultimo segretario regionale in qualità di potente responsabile degli enti locali del partito a gestione Leonelli. Pensi vorrà cancellare il suo periodo leonelliano come un grande pittore che trova altra ispirazione? O soltanto non ne va fiero? O ritiene che il risultato del suo lavoro come responsabile degli enti locali dell’ultimo Pd sia una delle pagine meno gloriose in assoluto nella storia del partito e quindi è meglio consegnare all’oblio la sfortunata esperienza?