Avviso della conclusione delle indagini per alcune figure apicali della società: l’inchiesta dei carabinieri forestali. «A Borgogiglione emerse numerose difformità»

PERUGIA – Truffa da due milioni di euro di fondi pubblici, indagate tre figure apicali della Tsa spa.

L’avviso della conclusione delle indagini è stata notificata dai carabinieri forestali di Perugia: sul 415 bis, le accuse sono di truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche per oltre di 2 milioni di euro, gestione illecita di rifiuti e violazione alle prescrizioni dell’autorizzazione integrata ambientale.
Nell’ambito della più ampia indagine a carico di Gesenu e Tsa «svolta dal personale del NIPAAF e dirette dalla procura di Perugia – spiegano i militari -, erano già emerse criticità anche sulla gestione del biogas all’interno della discarica di Borgogiglione che hanno portato poi a svolgere ulteriori indagini e accertamenti anche con il personale del GSE per verificare la corretta incentivazione pubblica».
La normativa di settore prevede infatti il recupero del biogas prodotto all’interno delle discariche per la produzione di energia elettrica e per tale attività sono previsti degli incentivi statali oltre alla vendita dell’energia prodotta.
Nella discarica di Borgogiglione sono presenti due impianti di produzione di energia elettrica da biogas, uno relativo alla vecchia discarica che gode di incentivazione e un altro relativo alla nuova discarica che non gode di incentivazione ma per cui era prevista la sola vendita dell’energia prodotta. Secondo le prescrizioni imposte nell’atto autorizzativo e negli atti di contratto con il GSE le due linee di captazione dovevano rimanere separate.
«L’attività di controllo effettuata congiuntamente ai tecnici del GSE – sintetizzano i carabinieri forestali – ha raccolto evidenze di numerose difformità formali e sostanziali tra quanto realizzato e quanto autorizzato tra le quali proprio la mancata separazione delle due linee di captazione. Contestato inoltre a carico della TSA l’illecito amministrativo previsto dal D. Lgs 231/2011 in quanto l’ente prima della commissione dei fatti non aveva adottato alcun modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire i sopradetti reati».