un contributo de “il Tarlo”

Non sono una di quelle donne capaci di trasformare una serie di ingredienti in un magnifico pranzo, ammiro da sempre le mie bravissime amiche, ma ogni volta che cerco di imitarle mi scoraggio subito. E’, quindi, con la massima incoerenza che mi sono ostinata per tanti anni ad invitare i miei parenti ed i miei amici a pranzo.

Il fatto è che, stranamente questo mi è sempre piaciuto ma penso di aver compiuto tutte le operazioni necessarie più come un regista che come un cuoco. Complice il mio piacere di pranzare fuori casa osservando ogni minimo dettaglio e provando una grande gioia quando tutto è stato curato col risultato di creare l’armonia dell’insieme. Da alcuni anni vivo con un moderno epicureo che, anche in virtù dei suoi interessi professionali, conosce l’arte dell’accoglienza, così quello che in me era intuizione, materia grezza, semplice groviglio di intendimenti e di emozioni si è trasformano in consapevolezza.

La cosa che più mi è chiara ora è che non riuscirò mai a cucinare bene, quella è un’arte, non basta avere volontà, senso del percorso ed ambizione per il traguardo. Bisogna affinare capacità innate o acquisite, premurarsi di possedere competenze, memorizzare accorgimenti tecnici, esercitarsi a lungo, possedere la volontà di eseguire con cura le tappe del percorso, ma anche possedere il genio di chi sa sperimentare, inventare, creare… mi gira la testa! Ci rinuncio.

Per mia fortuna il mio amore non solo possiede abilità, conoscenze e competenze necessarie ad approvvigionarsi delle materie prime, a confezionare cibi gustosi e coreografici, ma anche ad accogliere gli ospiti con una tavola perfettamente apparecchiata e con i percorsi di aperitivo, pranzo, degustazione caffè predisposti in maniera impeccabile.

Io mi accontento di interpretare un ruolo di bassa manovalanza e mi gusto l’entusiasmo degli ospiti e quel pizzico di invidia delle amiche, che è molto più divertente di quella espressa per un nuovo gioiello. C’è solo un problema: entrambi siamo onnivori e con questo scendiamo “dalle stelle alle stalle!”. Il fatto è che sempre più spesso ci capita di sentirci dire “vengo volentieri, ma sono vegetariano…. vegano… crudista…”.

Il mio tarlo mi ha sollecitato a pensare che da quando ci succede mi sono accorta che guardo il cibo in modo diverso. Non rinuncio ad essere onnivora, ma quando mangio una qualsiasi cosa mi pongo una serie di domande che non mi fanno perdere l’appetito (sarebbe stata una bella novità), ma hanno molto attenuato il piacere che provo a stare con altri intorno ad un a tavola imbandita.

Una volta mi sono sentita anche un po’ in imbarazzo perché una mia cara amica ci aveva invitate a mangiare un’oca arrosto e le esili figlie che avevano nel piatto solo contorni ci guardavano come stessero assistendo ad un rito di antropofagia. Nel frattempo mi sono premurata di capirci qualcosa ma più leggo in materia più mi sento impreparata ad accettare tutti questi distinguo.

Certo le abitudini alimentari degli Italiani sono molto cambiate e l’attenzione al cibo, considerato ormai da tutti elemento primario di benessere, o di malessere ha messo in moto tanti e tali percorsi da rendere estremamente difficile assumere un comportamento consapevole che non sia anche un po’ paranoico. Che facciamo, non consideriamo più il pranzare insieme un momento di grande benessere ed una garanzia di duratura amicizia?

In Umbria si dice “Io con te non ci ho mai mangiato” per dare il senso di come il mangiare alla stessa tavola, anche solo una volta, costituisca un legame.

Secondo me ci dobbiamo dare tutti una calmata e non comportarci per ogni cosa, anche per il cibo come se fossimo tifosi di squadre diverse.