POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | La scommessa: riprendersi tutta intera la propria autonomia per tornare guida di un territorio. I candidati a rettore non cerchino più spinte e appoggi (fragili), ma presentino progetti per il futuro. E via alla sfida

di Marco Brunacci

PERUGIA – Pochi mostrano di essersene accorti, ma nel tempo della grande crisi della politica, nel quale è finito il ruolo di mediazione della politica medesima, e dove si intravede un crepuscolo senza scorgere nessuna alba, ecco che c’è l’occasione per l’Università di tornare quella che era. Istituzione della scienza e del pensiero, della ricerca e della conoscenza, in tutto autonoma e perfino alternativa alla politica. E nella sua autonomia capace anche di indicare una strada alla politica per tornare a essere alta e nobile (almeno un po’).

Eccoli allora, in Umbria, i due appuntamenti di primavera, l’uno di fronte all’altro, un incrocio per testare il futuro della società civile umbra. Da una parte la conclusione della corsa al rettorato. Dall’altra le elezioni amministrative, prologo delle regionali, che, se non succede qualche sconvolgimento nazionale o forse internazionale, hanno un destino di fatto segnato. Sulla sfondo, le elezioni Europee che anche in Umbria potranno trasformarsi in un referendum tra chi vuole un’Europa, magari diversa da quella di adesso, e chi non la vuole, perché qualunque Europa starebbe stretta a coloro i quali ritengono che rappresentare il popolo significa seguire anche ogni localismo e qualunque istanza che abbia all’origine un gruppo elettoralmente rilevante, coeso e determinato. Se la politica perde il suo ruolo di mediazione e si limita a rappresentare interessi, l’uno accanto all’altro, in fila, senza una valutazione e un approfondimento, ogni organismo sovranazionale è solo un ostacolo.

Di fronte a questa crisi, della quale non si vedono al momento gli sbocchi, l’Università va a eleggere il rettore e per la prima volta può farlo senza avere necessità di andare col cappello in mano a fare il giro dei palazzi del potere. Un’occasione straordinaria, unica. Finalmente per la prima volta, conta solo il progetto per il futuro, il modo in cui organizzare il sapere e dargli uno sbocco. L’autonomia può essere riconquistata pienamente, gli eserciti della politica, che la insidiavano, si sono dissolti.
I magnifici sei candidati (sempre che restino sei e non crescano o diminuiscano) possono confrontarsi su un terreno tutto accademico, dentro lo Studium. Il più felice di questo dovrebbe essere il professor Maurizio Oliviero che cinque anni fa vide sfumare il suo successo per la malauguratissima idea di “presentarsi” alla città in un road show con il gotha delle istituzioni rosse fuoco di allora (Marini e il sindaco Boccali). Da allora non se ne fa una ragione e dice di non essere stato compreso. Di sicuro questa volta si terrà lontano da tutti e salirà e scenderà solo le scale dei Dipartimenti. Per altro Oliviero è quello che ha già adesso un progetto tra i più articolati, con un’apertura sull’internazionalizzazione dello Studium (dicono che abbia recentemente incontrato pure Jeff Bezos, il guru di Amazon) che è la grandezza e il limite della sua proposta. La grandezza se passa l’idea di un Ateneo del futuro sempre più aperto e meno provinciale, il limite se vince, per dirla con metafora venatoria, l’idea stanziale dell’Università.
L’avversario numero uno di Oliviero, che dovrebbe essere Elisei, da tempo, come da sua abitudine, lavora sulle relazioni, ma anche lui, al pari di Oliviero, scoprirà di avere più tempo per affinare il progetto, se evita gli incontri extrauniversitari.
Il messaggio è chiaro per tutti: signori candidati cogliete l’occasione, presentate idee e progetti, ora come ora contano più di spinte e appoggi. E in particolare l’appoggio della politica non è una risorsa ma un rischio.

Il tempo dei rettori politici è definitivamente tramontato. Francesco Bistoni era un interlocutore delle istituzioni, un mediatore di istanze e interessi, stava dentro la stanza dei bottoni, uno che, a un certo punto, sembrava dovesse fare il senatore, mentre Paciullo alla Gallenga parlamentare lo era stato, poi ha rappresentato il suo Ateneo più che da tecnico, da politico. Quella fase è terminata.
Non sarà sfuggito a nessuno che anche il candidato Santambrogio, forse il più caratterizzato politicamente (il più a sinistra), non stia facendo il suo percorso sulle orme di un Mauro Volpi (per dire un candidato a rettore del passato e della stessa area). Molta più Università e meno istituzioni o partiti.
Anche il rettore uscente Moriconi, per dire, ha fatto questo percorso: si è scontrato con la Marini solo quando non poteva proprio farne a meno quando la presidente ha avanzato critiche specifiche. Un caso di legittima difesa. Per il resto, ognun per sè.
Un esempio di come politica e Università siano ormai divorziati sta nel modo di comportarsi del sindaco di Perugia, Romizi, che, al contrario di Boccali, fa di tutto per far sapere che collaborerà con il rettore che verrà eletto. Chiunque esso sia.
In questo contesto l’Università può, ora come non mai, mostrare quanto sia gelosa della sua autonomia, non per consentire ai suoi docenti di aprirsi piccole botteghe nelle quali curare personali interessi, ma invece per determinare insieme un progetto comune. Il progetto dell’Ateneo di Perugia del futuro, bono per i prossimi vent’anni, che sia anche una guida per un territorio che ha bisogno di tutto, ma più di tutto di competenze ed eccellenze.
L’Umbria intera che riparte dall’Università? Hai visto mai che non succeda.