un contributo de “il Tarlo”

In questi caldi giorni di agosto mi sono trovata a lasciare il bel fresco della mia casa per fare compagnia a una cara amica, in convalescenza dopo un delicato intervento.
Il primo giorno, nella fretta e nella concitazione dei preparativi di quanto potesse essermi utile per passare gran parte della giornata lontana da casa, mi sono portata il primo libro che mi è capitato fra le mani: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, lo avevo comprato molti anni fa, dopo aver visto l’omonimo film, ma stranamente ancora non lo avevo letto.

E’ un bellissimo libro, mi ha dato molto e, come ogni buon libro, molto da pensare, mi sono anche chiesta se alcuni comportamenti che ho avuto modo di apprezzare in numerose circostanze non siano paragonabili a quelli della “Grande infermiera”, personaggio chiave del racconto. Una donna così ligia a quello che crede il proprio dovere da essere, più o meno consapevolmente, crudele nella serena certezza di essere efficiente. Lavora in un ospedale psichiatrico e governa un sistema complesso dove i protocolli di comportamento previsti per le varie circostanze diventano per lei più importanti delle persone per le quali il sistema ha senso di esistere.
L’autore sceglie di far raccontare le incalzanti vicende a uno dei ricoverati, quello del quale, nonostante la mole nessuno si accorge: un indiano che è riuscito a farsi credere sordo e muto per ritagliarsi uno spazio di libertà che altrimenti gli sarebbe stato negato, in quello che ha capito essere un sistema strutturato per impedire ogni forma di autonomia individuale.

Con questo personaggio ho avuto la percezione dello stesso ambiente fisico come realtà vivente perché il gigantesco indiano, che finirà col ritrovare la propria dignità di uomo, all’inizio del racconto è prigioniero di questa percezione. Sente l’ambiente come un organismo congegnato in modo da contribuire alla realizzazione della volontà della “cricca”. Di coloro cioè, che, preposti alla cura ed alla vigilanza degli ospiti della struttura, esercitano il controllo in maniera così ossessiva da impedire ogni possibile guarigione dei ricoverati.
L’esigenza di esercitare il potere mi è sembrata la manifestazione della follia più devastante, non solo per le vittime ma anche per i carnefici, essi vengono descritti con alcuni tratti caratterizzanti e sembrano privi di una vita personale ancora più dei ricoverati.

Mi è sembrato così strano che mi trovassi a leggere questo libro proprio nei giorni che mi vedevano passare gran parte del mio tempo in un ospedale.
Ho pensato che tutti gli ambienti sono strutturati per rendere più facile realizzare le vocazioni per le quali sono stati creati, e poi ho pensato che in certi ambienti l’esercizio del potere può avere effetti devastanti.
Anche un semplice supermercato è progettato in modo che chi vi entra provi alcune sensazioni e non altre e compia determinate azioni, ma in un ospedale, in una caserma, in un collegio…è tutto molto più “rischioso” perché in certi ambienti la posta in gioco è l’umanità.

Non so perché il tarlo ha messo in relazione il racconto con gli infiniti e numerosi dibattiti che pongono su fronti opposti coloro che sono preposti al funzionamento del Sistema e coloro che rivendicano libertà individuali. Vorrei avere le idee chiare come quelli che si scaldano tanto perdendo il senso stesso del motivo per il quale non intendono cedere terreno ad idee diverse dalle proprie.
Di una cosa sono certa che il Sistema viene creato per la tutela della collettività, il singolo non si può sentire minacciato se e quando si trova di fronte a persone responsabili che operano con evidente spirito di servizio e non con arrogante senso di potere.