Lungo lavoro sotto copertura dei poliziotti che hanno comprato diverse dosi di droga per riuscire a incastrare gli spacciatori

di Daniele Cibruscola

PERUGIA -Venticinque stranieri nigeriani in manette. Alcuni sono richiedenti asilo; tutti, per la Mobile di Perugia che ha svolto le indagini, partecipavano allo spaccio di droga eroina e marijuana che quotidianamente avveniva al parco della Verbanella. Un business ampio e senza dubbio redditizio, quello smantellato dal blitz della polizia che da due mesi stava dietro alla nutrita banda di pusher. Gli agenti hanno lavorato sotto copertura per far cadere i venticinque nella rete, arrivando perfino ad acquistare diverse dosi di droga per documentare l’attività di spaccio. E alla fine, quando hanno ritenuto di aver raccolto elementi sufficienti, sono entrati in azione. I nigeriani ora sono, tutti, accusati di spaccio continuato e pluriaggravato.

L’operazione

A innescare la macchina della legalità sono stati alcuni esposti specifici, compresi quelli del direttore della scuola non distante dal parco, diverse telefonate al 113 e persino alcune segnalazioni effettuate attraverso l’app dedicata della polizia: YouPol. Le indagini sono iniziate a maggio, e nel giro di neppure due mesi hanno consentito di documentare «centinaia di cessioni, eroina e marijuana» hanno spiegato – durante una conferenza stampa indetta dal questore di Perugia, Giuseppe Bisogno – Virgilio Russo, vicequestore aggiunto, Andrea Olivadese, vicequestore aggiunto del Servizio operativo centrale antidroga e Cristian Leggeri, della Direzione centrale servizio operativo.

Come detto, gran parte dell’operazione si è svolta sotto copertura, con gli agenti a interpretare il ruolo di acquirenti così da attestare ogni singola compravendita. Un lavoro certosino. Cominciato con lo studio del cliente-tipo dei pusher, e proseguito con l’interpretazione dei poliziotti-attori. Sarebbe bastato questo per far scattare tre, quattro, forse cinque paia di manette. Ma l’indagine coordinata dal procuratore De Ficchy e dalla sostituto procuratore Miliani puntava più in alto. Voleva costruire un quadro indiziario solido e abbondante di elementi probatori. «Per questo, per evitare di allarmare gli altri spacciatori dopo i primi possibili fermi, ci si è avvalsi dell’istituto dell’arresto ritardato». In sostanza: flagranza di reato accertata, ma manette pronte a scattare a indagine conclusa.

A fare il resto ci hanno pensato le videocamere di sorveglianza nascoste nel parco ora «bonificato, liberato da questa piaga e pronto per essere riconsegnato alla città», le parole del questore Bisogno. «Spacciavano fin dalle 7 di mattina, a chi più tardi sarebbe andato al lavoro e persino a minorenni. Si sentivano al sicuro nel parco, ampio e con parecchie vie di fuga». Sessantasette, i provvedimenti di arresto emessi nei confronti dei 25 nigeriani: tre dei quali rifugiati, nove in attesa che gli fosse accordato il diritto di asilo (e perciò titolari di un permesso di soggiorno temporaneo), dodici richiedenti cui lo status era stato negato e infine uno, totalmente clandestino. Sedici di loro sono già rinchiusi a Capanne.