Il viaggio della speranza che non c’è: dall’Africa all’Umbria per farle prostituire a Perugia

Riti voodoo e vessazioni: sgominata la banda di nigeriane (sei) e nigeriani (due) che dal capoluogo gestiva un traffico internazionale di schiave del sesso

di Daniele Cibruscola

PERUGIA – Veri e propri trafficanti di esseri umani. Di fatto: schiavisti. Scoperti a Perugia ma da qui capaci di gestire l’intera filiera internazionale della tratta di donne, loro connazionali, fatte arrivare in Italia con la promessa di un lavoro e poi costrette a prostituirsi per riguadagnare la libertà perduta.

Il viaggio. E allora eccole, le accuse che in seguito all’attività della Mobile perugina – coordinata dalla Direzione distrettuale antimafìa della procura – hanno aperto le porte del carcere a cinque donne e un uomo nigeriani, e confinato ai domiciliari un’altra nigeriana: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e falso ideologico. Gli otto, secondo la questura, facevano parte di una comunità pseudoreligiosa che dal 2015 lucrava, e parecchio, su decine di connazionali indotte a compiere il più infame dei viaggi, quello della speranza che non c’è: a piedi o con mezzi di fortuna dalla Nigeria alla Libia, poi da lì, attraverso lo stretto di Sicilia, fino alle coste del nostro Paese infine in Umbria.

La schiavitù. È qui che le disgraziate conoscevano il vero l’inferno. Costrette a vendere il proprio corpo in appartamenti di proprietà dell’organizzazione (a Perugia, Gubbio, Spoleto, Umbertide: dovunque il mercato lo richiedesse) e in strada per restituire agli aguzzini i soldi del viaggio e tornare quindi a essere libere. Per scongiurare il rischio di ribellioni, le ragazze venivano vessate con riti voodoo e maltrattamenti. A occuparsene erano soprattutto le donne, ricostruisce la questura. Le maman, le più feroci. Che costringevano le vittime a giorni di digiuno, oppure a dormire in terrazza in inverno per redimere eventuali sgarri all’organizzazione.

L’organizzazione. I due uomini arrestati? Uno era il capo, per gli inquirenti. Mentre l’altro si occupava di gestire, illecitamente, la regolarizzazione giuridica delle malcapitate. Per farlo esibiva falsi contratti di lavoro tra le ragazze e l’attività che gestisce insieme alla moglie, un locale tipico africano nella prima periferia di Perugia, attraverso cui convertire (o rinnovare) i permessi di soggiorno umanitari in permessi di lavoro. Ma il dato più inquietante resta quello tratteggiato dal questore di Perugia, Giuseppe Bisogno: «Su otto indagati sei sono donne, donne che sfruttano altre donne», connazionali e coetanee (tutte tra i 25 e i 35 anni). La legge del più forte applicata dal meno debole ai danni del più debole.