Continuano i sequestri – in tutta Italia – del cellulare largo appena 3 centimetri invisibile ai metal detector. Terzo ritrovamento in Umbria. Il Sappe: «Schermare i penitenziari»

Dan.C

ORVIETO (Terni) – E siamo a tre. Terzo episodio. Dopo il caso (apripista umbro) a Spoleto, e quello di pochi giorni fa a Orvieto, dalle celle di questo stesso penitenziario ieri è spuntato un altro “microtelefono” cellulare: di quelli piccoli, piccolissimi, talmente poveri di componenti metalliche da risultare invisibili ai più comuni metal detector.

Un episodio grave, in un istituto di pena. Perché un detenuto che può comunicare con l’esterno – quando e come vuole, e soprattutto senza alcun tipo di controllo – è un detenuto che può gestire i propri traffici anche da dietro le sbarre del carcere. Pericolo scongiurato, anche stavolta, dall’abilità dei baschi azzurri del penitenziario. Che hanno scoperto il cellulare durante la perquisizione ordinaria di una cella occupata da tre italiani e due stranieri: il telefonino miniaturizzato «dello stesso identico tipo di quello ritrovato una settimana fa era abilmente occultato nella porta del bagno, mentre la sim era nella branda», conferma Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe).

Un caso tutt’altro che isolato. In Italia i ritrovamenti si moltiplicano: da Biella a Napoli, passando per Ivrea e appunto l’Umbria. Stando a quanto riportato dal Corriere della Sera, il microtelefono che ultimamente spopola tra i detenuti degli istituti di pena italiani sarebbe frutto dell’ingegno di alcuni «artigiani del malaffare» che sono riusciti ad assemblare un apparecchio «piccolo come un accendino, con tanta plastica attorno e pochissimo materiale ferroso» capace di eludere «con estrema facilità il controllo del metal detector. Leggerissimo, piatto e con le funzioni essenziali. Una tastiera numerica, il tasto di accensione e spegnimento e uno schermo da pochi centimetri». Misure: 7 centimetri per 3.

Così Donato Capece, segretario generale del Sappe:«Questi sono i frutti di una sorveglianza ridotta in conseguenza della cervellotica vigilanza dinamica, dell’autogestione delle carceri o della sottoscrizione di ridicoli ‘patti di responsabilità’ da parte dei detenuti. Da anni sollecitiamoil Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad adottare interventi concreti per impedire l’uso di cellulari indebitamente introdotti in carcere come, ad esempio, la dotazione ai Reparti di Polizia Penitenziaria di adeguata strumentazione tecnologica per contrastare l’indebito uso di telefoni cellulari o altra strumentazione elettronica da parte dei detenuti nei penitenziari italiani».

E ancora: «Riguardo all’utilizzo abusivo di telefoni cellulari e di altra strumentazione tecnologica che può permettere comunicazioni non consentite è ormai indifferibile adottare tutti quegli interventi che mettano in grado la Polizia Penitenziaria di contrastare la rapida innovazione tecnologica e la continua miniaturizzazione degli apparecchi, che risultano sempre meno rilevabili con i normali strumenti di controllo». «A nostro avviso – conclude – appaiono pertanto indispensabili, nei penitenziari per adulti e per minori, interventi immediati compresa la possibilità di “schermare” gli istituti penitenziari al fine di neutralizzare la possibilità di utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione non consentito e quella di dotare tutti i reparti di Polizia Penitenziaria di appositi rilevatori di telefoni cellulari per ristabilire serenità lavorativa ed efficienza istituzionale, anche attraverso adeguati ed urgenti stanziamenti finanziari».