Un contributo de “Il tarlo”

Ambulatorio medico, attesa, sguardo di ricognizione, c’è una sedia libera, è andata bene, ho le scarpe nuove e il malessere dei miei piedi non aiuta il mio pessimo umore.
Altro sguardo di ricognizione, volti nuovi, umane emozioni, ho un libro con me ma non posso leggere, non ci riesco, una musichetta di sottofondo ci tiene come polli in batteria né più e né meno che al supermercato, e poi sono pochi quelli che tacciono, per passare il tempo mi metto in ascolto delle conversazioni improvvisate fra persone che non si conoscono e parlano fra loro perché, penso, tutto è meglio del silenzio, specie in attesa di responso.

Qualcuno si racconta senza riserve come se parlare tra sconosciuti fosse la migliore forma di sfogo alle personali inquietudini, senza darlo a vedere osservo e immagino la realtà, la vita, la storia di ognuno. Il silenzio di pochi secondi ogni volta che dalla porta si affaccia l’infermiere per chiamare in ordine numerico, lì si interrompono spesso le migliori confidenze e quando coloro che sono stati visitati ritornano nella sala d’attesa salutano in maniera generica e frettolosa ed escono, così, come fosse normale iniziare un dialogo e poi salutare senza ricordarsi neppure, almeno in apparenza, a chi si stava parlando prima della visita e di cosa.

Nelle varie circostanze mi è successo di tutto anche di ascoltare da persone in lacrime il racconto della loro vita, dei loro lutti, dei loro motivi di conforto… ed ogni volta mi sorprende che si possa tessere una relazione profonda con qualcuno che non si conosce, ma ancora di più mi sconcerta il fatto che la si interrompa così.
…Sa, mio marito è morto il mese scorso…e giù lacrime e singhiozzi…sono sola, dopo più di cinquanta anni insieme….pianto irrefrenabile…imbarazzo, comprensione, commozione nell’ascoltatore…si apre la porta, “numero 11/04!” la signora velocemente si asciuga le lacrime con entrambi i palmi delle mani, come lavasse il viso, intanto entra dalla porta tenuta aperta per lei dall’infermiere. Quando ne esce dopo un po’ saluta e va via con la fretta di chi deve fare la spesa che è già tardi.

Io generalmente ascolto, involontariamente “assorbo il dolore”, difficilmente dimentico quelle storie e quei volti. Così il mio tarlo mi chiede spesso se questa non sia, infondo, la metafora della vita e dei rapporti con gli altri e se, dopo tutte le esperienze che ho avuto, non sia lecito pensare che il copione non cambia. Quasi tutti gli incontri avvengono in maniera casuale, prendiamo ad esempio il giorno che abbiamo conosciuto l’amore della nostra vita. E’ presente in noi insieme ai più insignificanti dettagli, lo abbiamo raccontato innumerevoli volte ed ogni volta lo abbiamo fatto con piacere e con la convinzione che si siano combinate chissà quali incredibili circostanze, abbiamo sempre pensato che se una qualsiasi di quelle circostanze fosse venuta meno…

Se invece non fosse così? Se “quel giorno” fosse andato diversamente? Siamo proprio sicuri che non avremmo avuto un’altra storia alla quale pensare con soddisfatta meraviglia? Tra amanti, amici, colleghi…possiamo applicare questo ragionamento a tutti i rapporti umani. Per il momento lasciamo fuori quelli familiari, benché anche lì il caso abbia un certo peso.
Forse la risposta per quietare il tarlo è semplice, il momento dell’incontro con una persona che diventa per noi importante è sicuramente da conservare nel cuore, ma intanto con il cuore e con la mente coltiviamoli i rapporti è questo che ci rende migliori.