L’appello: «Da altre parti lo stanno muovendo, la Regione Umbria si dia da fare insieme con noi e con tutti quelli che possono dare un mano. Altrimenti passano ricette sbagliate». L’esempio dell’accordo con gli artigiani

L’INTERVENTO
di Vincenzo Sgalla
segretario generale Cgil Umbria

Il voto amministrativo di domenica scorsa in Umbria ha confermato il trend politico regionale che era già emerso dalle urne il 4 marzo.
Certamente, i ballottaggi del prossimo 24 giugno sono molto importanti per i cittadini che saranno nuovamente chiamati al voto, ma non potranno comunque cambiare il tratto distintivo di questa lunga fase politica regionale.

Dalla sconfitta di Boccali a Perugia, alle elezioni regionali del 2015 – segnate da un astensionismo del 47% e che hanno portato alla vittoria risicata di Catiuscia Marini sull’ex sindaco di Assisi – per finire con la debacle di una delle città operaie più importanti del paese quale è unanimemente riconosciuta Terni, sancisce in maniera inequivocabile la fine di un modello di governo che ha caratterizzato le regioni del centro Italia, le cosiddette “regioni rosse”.

Credo che la causa di questa trasformazione sia da ricercare certamente nella dura crisi economica che ha attraversato il paese dal 2007 al 2014, ma ancor più nell’esplosione delle disuguaglianze che si è determinata subito dopo, con la ripresa internazionale che ha creato una cesura netta tra territori e dentro i territori stessi. E allora, più ancora della crisi, ciò che ha fatto “incazzare” davvero i cittadini umbri (che sono quelli che conosco meglio) è stata la “retorica della ripresa”, elargita a piene mani, quando in realtà le distanze continuavano e continuano ad ampliarsi, ancora di più di quanto non avessero fatto nella crisi.

Credo che tutti siamo ben coscienti del fatto che il cambiamento economico in atto non potrà essere arrestato, in Umbria e in Italia, da nessuna forza politica. C’è però un pezzo di politica che, secondo me sbagliando, oggi promette di farlo attraverso i suoi strumenti: il nazionalismo, la chiusura dei mercati e la chiusura di porti e frontiere. Si può non essere d’accordo e io non lo sono, ma quella è pur sempre una risposta.
L’alternativa? Al momento non si vede, perlomeno io sono tra coloro che non la vedono.
Conosco però un metodo, anzi lo rivendico: quello della partecipazione e dell’azione democratica, quello del provare a fare qualcosa, insieme.
Qualcosa anche di piccolo, come l’accordo con gli artigiani che abbiamo siglato la scorsa settimana in Umbria e che ha distribuito 400mila euro alle famiglie di quei lavoratori; oppure qualcosa di più articolato, come quello che Stefano Bonaccini ha messo in campo in una regione come l’Emilia Romagna.
Lì, un presidente eletto con il 63% di astensionismo, non si è chiuso sulla difensiva, ma ha al contrario allargato la partecipazione, siglando il Patto per il lavoro e l’innovazione nel 2015, con tutte le parti economiche, sociali, scolastiche e universitarie, e poi il Patto per la città di Ferrara, particolarmente colpita dalla crisi, e ancora (la firma avverrà nelle prossime settimane), sempre con gli stessi soggetti, il Patto per i giovani, lanciando in Emilia Romagna quel “turnover occupazionale” che in Umbria abbiamo proposto da tempo, ma che è rimasto per ora un bel progetto solo sulla carta.

Certamente, nessuno può dire se proposte e interventi di questo tipo siano in grado di determinare ripresa economica, riduzione delle disuguaglianze e creazione di lavoro, ma certamente si tratta di provare a dare risposte, diverse da quelle della destra, che invece cavalca sentimenti di sfiducia, paura e risentimento.
Ma per far prevalere ideali e principi quali, solidarietà, uguaglianza e partecipazione occorre dar concretezza all’azione politica quotidiana e rifuggire dalla retorica della narrazione.