Demenza e Alzheimer: a Perugia la sperimentazione di un nuovo farmaco

Patrizia Mecocci
Patrizia Mecocci

SALUTE! di Rosanna Fella | Aumentano gli anziani con peggioramento cognitivo: il sistema sociale va in tilt. L’appello della professoressa Patrizia Mecocci

di Rosanna Fella

PERUGIA – «La demenza sembra una malattia poco attraente per chi la considera inguaribile e invece la ricerca deve e può fare ancora tanto per migliorare i sintomi e rallentarne il decorso».

L’appello è della professoressa Patrizia Mecocci che con circa trent’anni di studio sulle malattie che portano alla demenza, in particolare la malattia di Alzheimer, confessa che, nonostante siano modesti i risultati raggiunti dalla ricerca farmacologica, si può fare di più, anzi si deve agire a favore delle persone colpite da queste patologie dal forte impatto sociale e familiare.

Cosa accade quando viene posta una diagnosi di demenza?
«Purtroppo l’atteggiamento di chi riceve una diagnosi di demenza, il malato ma anche i suoi familiari, è spesso di disperazione o di passività nella convinzione che non ci sia nulla da fare. Invece bisogna essere combattivi e propositivi, perché anche se non ci sono ancora terapie farmacologiche che possano guarire dalla malattia, ci sono molte cose che possono essere messe in atto. E’ per questo che molti medici devono abbandonare pessimismo e fatalismo in caso di diagnosi di demenza, soprattutto se parliamo di un malato anziano o molto anziano, per cui, paradossalmente, la cura e la gestione delle altre malattie di cui soffre può migliorare di molto il disturbo cognitivo».

Il suo reparto di Geriatria dell’azienda ospedaliera di Perugia è tra i 70 centri al mondo (quattro in Italia), che sta sperimentando un nuovo farmaco contro la malattia di Alzheimer. A che punto siamo? Si può parlare di svolta?
«A due mesi dall’inizio della ricerca abbiamo ricevuto molte richieste di adesione, anche di malati molto anziani, ma per molti di loro non era possibile partecipare a questo studio sperimentale perché in fase di malattia troppo avanzata. Tanto è stato fatto, ma tanto si dovrà fare e se – come spero – tutto dovesse andar bene, fra tre anni saremo in grado di conoscerne i vantaggi. La svolta sta nel fatto che dopo circa vent’anni di ricerca e sviluppo di farmaci anti demenze sulla sola proteina beta-amiloide, per la prima volta si è cambiato percorso: ci si concentra su un’altra proteina, la tau. Fino ad oggi le grandi aziende farmaceutiche hanno investito risorse su farmaci capaci di contrastare la formazione o l’aggregazione della proteina beta-amiloide, che è una delle due proteine, insieme alla tau, responsabili della formazione delle alterazioni causa del deterioramento cognitivo».

Qualcosa sarà cambiato nell’approccio e nella cura delle demenze negli ultimi vent’anni?
«Trent’anni fa la demenza era considerata una malattia piuttosto rara e veniva diagnosticata prevalentemente nei giovani. Se oggi abbiamo pochissimi farmaci, all’epoca non avevamo nulla. Allora c’era una rete sociale molto diversa: la demenza dell’anziano era etichettata come ‘arteriosclerosi’, gli anziani erano molti di meno di quelli di oggi, i disturbi cognitivi erano considerati socialmente accettabili anche perché di solito c’era una famiglia che gestiva il malato. Avere in casa un nonno con l’“arteriosclerosi” era quasi normale, faceva parte dei cicli della vita. Oggi la popolazione invecchia in maniera molto rapida, non solo aumentano gli anziani, ma aumentano soprattutto gli ultra ottantenni, coloro che sono definiti gli anziani più anziani in cui la prevalenza della demenza è più alta. Attualmente si calcola che a 90-95 anni, 1 anziano su 2 soffra di disturbi cognitivi. Si assiste così ad un incremento di anziani con demenza da una parte e dall’altra un sistema sociale che non li riesce a gestire, perché molti di loro sono soli, pochi hanno figli che riescono a prestare loro assistenza, la pensione non basta, le strutture di sostegno non ci sono».

Dunque, quali sono le aspettative?
«Sono tante, così come tanta è la strada che la ricerca deve ancora percorrere. Man mano che i farmaci anti demenza sperimentati non hanno mostrato efficacia, si è fatta avanti l’idea di intervenire quanto più precocemente possibile sulla malattia, cioè sulle alterazioni che si determinano nel cervello anche venti-trenta anni prima delle manifestazioni cliniche. Si ha così la distinzione fra malattia di Alzheimer, cioè i danni che progressivamente si sviluppano nel cervello, e demenza di Alzheimer, cioè la sua manifestazione clinica, quando la persona malata comincia a scordare fatti anche importanti della sua vita e diventa sempre più dipendente dai familiari. C’è questa distinzione tra malattia di Alzheimer che è patologia cerebrale e demenza da Alzheimer che è l’espressività clinica. Dunque allora si è arrivati a dire: non curiamo la demenza ma cerchiamo di curare la malattia. Resta però ancora aperto il problema: come facciamo a diagnosticare la malattia in un soggetto che non ha alcun sintomo? Cosa significa in modo preciso il termine ‘precocemente’? Precoce quanto? Sono proprio questi i problemi che si sta ponendo oggi la ricerca».

Si può ridurre il rischio di declino cognitivo?
«Chiaramente valgono tutti i buoni consigli di sempre: mangiare sano, fare sport, non fumare, stimolare le funzioni cognitive risolvendo problemi, dalle parole crociate agli scacchi, dai giochi di carte ai puzzle. Sono tantissimi gli studi da cui emerge che una regolare attività fisica e la gestione di fattori di rischio cardiovascolare (in particolare diabete, obesità, fumo e ipertensione) riducono il rischio di declino cognitivo e possono di conseguenza ridurre il rischio di demenza, così come una dieta sana e le attività di allenamento cognitivo. Infatti i nuovi vecchi, gli attuali ottantenni, hanno una prevalenza di demenza più bassa rispetto agli ottantenni di 20 anni fa proprio perché più attenti a quei fattori di rischio cardiovascolare».

Come vede il futuro sulle demenze?
«Dobbiamo essere ottimisti altrimenti smetteremmo di fare ricerca; sarà roseo se si imparerà a diversificare la ricerca, ovviamente parlo del mondo scientifico nel campo delle demenze ma è necessario investire più tempo e più risorse. Intervenire quando la malattia è diagnosticata è indispensabile e vitale, ma non risolutivo. Nuovi approcci e nuove tecnologie daranno forse quelle risposte che si cercano invano da decenni».