FOTO | Si erge poderosa a presidio del tormentato scorrere del Nera

di Gregorio Tamborrino Orsini

SCHEGGINO (Perugia) – Lungo il corso placido del fiume Nera e quello talora più tumultuoso della storia, sorge poderosa Scheggino, audace sentinella della Valnerina scalfita e mai piegata dall’impetuoso trascorrere dei secoli.

Scheggino-staticoAggrappato con i suoi artigli di pietra al versante scosceso di un boscoso altipiano, il castello di Scheggino fu edificato dal Ducato di Spoleto in eccellente posizione strategica a presidio dell’imbocco della Valle di Caso (o Valcasana), da cui si raggiunge Cascia, Monteleone di Spoleto e Leonessa. Il nome deriva dal latino schidia (“scheggia”), ad evocare le lame di roccia affilata su cui l’antico baluardo Schiaginum si è arrampicato fino ad arroccarsi di vedetta.

La torre d’avvistamento, e quel che resta del cassero che la cingeva, costituiscono il vertice del triangolo di mura massicce che attorno al Duecento circondavano l’originaria Scheggino e precipitavano lungo il fianco della collina fin quasi a lambire la sponda sinistra del Nera. Delle fortificazioni d’un tempo, oltre ai possenti ruderi memoria della cerchia del cassero, rimane oggi il circuito inferiore in cui si aprivano tre porte: una verso la Valcasana, una sul cammino della Valnerina e una terza, di cui non si ha più traccia, che permetteva l’accesso dal sentiero che proviene da Sant’Anatolia di Narco. Fra il Tre e il Quattrocento il borgo prima addossato al punto più alto del castello iniziò ad estendersi verso valle finché nel XVI secolo prese a svilupparsi lungo la “fiumarella” (canale che alimentava gli opifici) l’impianto urbanistico nucleo pulsante dell’attuale paese.

Il comune di Scheggino abbraccia diverse frazioni, tra cui le affascinanti Civitella e Ceselli. Castello ellittico di pendio cinto da mura ben conservate, Civitella sorge alle pendici del monte San Vito, ad una quota di 480 m.s.l.m., lungo uno dei percorsi minori che collegavano la Valle del Nera ai territori di Spoleto. Ceselli è invece un (cosiddetto) castello di poggio, costruito sulla destra idrografica del fiume Nera. Il nome affonda probabilmente le sue radici nel latino “caedere”, ossia tagliare, disboscare. La tradizione orale ne attribuisce la fondazione al feudatario Cesello, mitizzando l’origine altomedievale del castello eretto a scapito della folta vegetazione a difesa del feudo abbaziale di S. Pietro in Valle.


Nel corso della sua lunga storia, Scheggino non spezzò il vincolo di fedeltà stretto prima con i duchi di Spoleto e poi con i rettori pontifici che durante il papato di Innocenzo III successero ai duchi. La lealtà accordata alla Chiesa tuttavia, oltre alle prerogative spirituali, non mancò di generare sanguinosi incidenti diplomatici.
Nel 1522, stremati dell’esoso sistema fiscale e decimati dalla coscrizione obbligatoria che stava per strappare altri mille giovani ai pascoli e alle campagne, i comuni della Valnerina insorsero nel tentativo di sfilarsi al soffocante giogo pontificio.

Scheggino, dal canto suo, rinsaldò la propria fedeltà al Papato. Così il 23 di luglio, mentre gli uomini del castello erano sparpagliati nei campi dediti alla rituale mietitura del grano, Picozzo Brancaleoni, condottiero dei rivoltosi della valle, giunse coi suoi sodali armati innanzi alle mura del castello deciso a comminare il suo castigo esemplare. Recitano le cronache dell’epoca: “Sapendo assenti gli uomini diedero con gran vigore l’assalto, sperando in breve di averlo in mano e di ridurlo in un mucchio di rovine. Ma una pioggia di sassi, di frecce, un grandinar di palle di archibugio e di spingarde li fe’ arrestare meravigliati.

Le mura valide e le torri che circondavano il castello erano coronate di donne e fanciulli accorsi a difendere animosamente le loro case, gli assalti si ripetettero numerosi, ma sempre furono respinti. Gli assalitori, vinti da quel coraggio eroico, si dettero a fuga vergognosa. Questo fatto nei ricordi dei comuni italici è restato scritto nelle riformanze del comune di Scheggino”. Sostenute da vecchi e bambini, furono pertanto le donne di Scheggino a sbarrare le porte e opporre una strenua resistenza fino al ritorno dei loro uomini e all’arrivo provvidenziale di corposi rinforzi.


Nel 1639, Papa Urbano VIII concesse alla devota cittadina il libero mercato di tutte le merci nel primo lunedì d’ogni mese. Terra di ferriere e gualchiere, di molinari e mulari addetti al trasporto di ferro, legna, carbone e grano, Scheggino omaggia ancora oggi questa data storica assieme alla sua tradizione rurale, organizzando tutti i mesi, ogni quarta domenica del mese, ‘la Quarta di Scheggino’: un mercato dei prodotti contadini e artigianali d’eccellenza della Valnerina e dell’Umbria. Un mercato modesto ma sincero, vetrina importante per i piccoli produttori che ancora svolgono il loro lavoro ai piedi del castello “di pendio”.

Dalla roveja di Civita di Cascia al formaggio a latte crudo, dallo zafferano alla cipolla di Cannara, dal farro ai prodotti dell’orto, dalla birra alla canapa alle piante aromatiche, Scheggino si conferma anche insospettabile città del gusto. Ne è una riprova tangibile il Museo Urbani situato in prossimità dell’attuale piazza principale del paese: dedicato al tartufo, con un allestimento moderno e funzionale racconta la storia dell’omonima azienda, leader mondiale nella trasformazione e nella commercializzazione del pregiato tubero che rappresenta una risorsa primaria nell’economia di tutta la Valnerina.

Appena fuori le mura di Scheggino sgorgano le limpide fonti della Valcasana, nelle cui acque piangono i salici rigogliosi e si tuffano impertinenti le anatre selvatiche.
Dentro le mura serpeggia un dedalo lastricato di vicoli stretti e angusti che sinuoso sfila tra le case sormontate e agglomerate tra loro da maestose volte di pietra. Incastonata in questa trama, spunta la chiesa di S.Nicola: l’assetto attuale risale al 1572 ma solo nel 1663 venne integrato alla facciata lo spazioso atrio coperto. All’interno, tra le preziose opere d’arte della navata sinistra, si annoverano la tela di S.Filippo Neri del romano Gaetano Lapis, la tela di S.Lucia di Perino Cesarei da Perugia e infine la notevole tela della Madonna del Rosario attribuita allo stesso Cesarei.

Il percorso suggestivo che trafigge Scheggino prosegue, e continua a snodarsi e salire fino a farsi largo tra i lecci frondosi, su verso la torre attraverso un ripido sentiero ricavato nel fitto della vegetazione. Il fiato si fa corto e l’ascesa, giunti in cima, è oramai ascesi. Lassù, al cospetto della torre e dell’immensa vallata sottostante, tornano in mente un paio di versi incontrati lungo il cammino, incorniciati da una targa e affissi al muro proprio in corrispondenza di uno dei molti crocevia che ricongiungono l’uno all’altro i viottoli di Scheggino in un solido incastro: «Su lo mejo durmi’ scorciò ‘a notte.. e su lo mejo sta’ vene ‘a morte». Meglio di così…