POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Il documento Cgil, Cisl e Uil anticipato da Cityjournal in alcune parti. Sì al confronto sulla produttività, critiche all’assessorato allo sviluppo. Ma anche soluzioni antiche come il reddito di transizione finanziato da tasse di scopo

di Marco Brunacci

PERUGIA – City journal aveva anticipato alcuni temi, i quali puntualmente si ritrovano in questo documento sindacale, presentato oggi, che è – comunque lo si guardi – di rottura col passato, anche recente, e decisamente al passo con i tempi grami che corrono. Il sindacato ha battuto la politica in Umbria per rapidità nel capire correttamente i fenomeni in atto e i relativi problemi oltre che per ragionevolezza nella ricerca delle soluzioni. Persino nel linguaggio c’è un’autocritica che fa onore a chi per anni si è battuto per avere “tavoli” e adesso capisce che l’immagine falegnameristica che tanto successo ha avuto a cavallo del millennio adesso è sinonimo di inconcludenza, di riti burocratici polverosi.

Ecco allora: con squilli di tromba va annunciato al mondo che l’Umbria vuol mandare in archivio il modello di sviluppo, tutto assistenziale, del “socialismo appenninico”, e questo perché il sindacato ha chiaro in mente (la politica meno, molto meno) che sconquasso c’è stato il 4 marzo, e capisce l’analisi della situazione attuale italiana e umbra fatta da chi ha messo nell’urna un voto tutto di protesta. È qui la parte migliore del documento di Cgil Cisl e Uil che, forte dei dati Ires Cgil e dell’elaborazione avanzata della Cisl a trazione Ulderico Sbarra, permette di concludere che l’Umbria è in tremendo ritardo su quel poco o tanto (a seconda delle zone) di ripresa in atto nel resto d’Italia e che non c’è tempo da perdere per mettersi in moto.

Ecco allora le sfide innovative che il sindacato accetta: la più avanzata è quella sulla produttività. Gli imprenditori vengono da fuori Umbria come pure le multinazionali (anche se bisognerebbe fare di più, molto di più – dice il sindacato – per attrarre imprese col marketing territoriale), ma poi la loro presenza non si trasforma in ricchezza prodotta che poi può essere redistribuita. I migliori manager che hanno affrontato il sistema Umbria e le sue rigidità hanno messo al primo posto la questione della produttività. Il sindacato con questo documento accetta la sfida. Va bene parlare di produttività, nel concreto, con numeri alla mano, con raffronti calzanti e incalzanti, ma a patto che si investa, si rischi, si torni a pensare all’Umbria come una realtà manifatturiera e industriale pulsante, di prospettiva. Non solo turismo e commercio e terziario, che comunque fanno una piccola parte del Pil e tengono l’Umbria fuori dalla parte ricca del Paese.

Interessante – forse il punto più avanzato del documento se dalle premesse sì andrà fino alle ultime conseguenze – l’insistere sulla necessità di una riforma radicale dell’assessorato allo sviluppo economico, puntando la sua azione sull’innovazione in tutte le sue sfaccettature e sulle crisi aziendali e tarando (probabilmente unificandole, pare di capire) le due agenzie: Sviluppumbria e Gepafin, che devono cambiare atteggiamento ma soprattutto passo.

Sulle soluzioni vengono però anche le note dolenti. Cosa c’è di più antico che prendere atto che l’Umbria si spopola, che i giovani se ne vanno, che ogni anno si scende di 5-6mila unità nonostante il rimpiazzo degli immigrati, per poi chiedere che la Regione dia un reddito di transizione ai giovani in attesa che trovino lavoro? C’è una cosa ancora più antica in effetti nel documento sindacale: la richiesta di finanziare questo reddito di transizione, che sa di assistenzialismo lontano un miglio, con una ulteriore tassa, chiamata di scopo. E questo evoca in tutti noi il sospetto che tutte le altre tasse non abbiano in realtà altro scopo se non quello di mantenere il gigantismo di una burocrazia e di una pubblica amministrazione che si mantiene bella e pasciuta mentre il resto del Paese stenta. Questo di sicuro credono i tanti che mettono nell’urna un voto di protesta purchessia.

Sperando che questa proposta di soluzione venga bocciata dal buon senso informato degli ultimi avvenimenti politici italiani, i tre segretari confederali (Vincenzo Sgalla della Cgil, Ulderico Sbarra della Cisl e Claudio Bendini della Uil) che hanno messo la loro firma in calce al documento, sono chiamati a costringere la politca umbra un confronto senza infingimenti. Stando a certa stampa europea “i barbari” sarebbero ben oltre le porte dell’Italia. E minacciano – dicono certi giornali europei – di mettere in campo, contro la grande crisi, ricette stataliste ottocentesche, secondo uno schema: diamo meno tasse a chi chiede meno tasse, reddito di inclusione a chi vuole sussidi, età di pensione d’altri tempi a chi vuol ritirarsi dal lavoro, finanziando questo Bengodi con spesa pubblica e spiegando che è colpa dell’Europa se non ci fa fare altro debito oltre a quello che già abbiamo e che è da record mondiale.

Magari questo non succederà, magari anche il voto tornerà a cambiare di qui a qualche mese, ma di sicuro non c’è tempo da perdere per salvare l’Umbria dai suoi guai con proposte ragionevoli, dibattute, condivise, forti nel senso non di dogmaticbe o legate a schemi ideologici che pretendono di piegare la realtà a una certa visione, ma piuttosto pragmatiche e giudicate in base alla loro efficacia.

L’Umbria votando Lega (e non cinquestelle) ha chiesto di sicuro cose in tema di sicurezza e immigrazione, ma soprattutto ha inteso aprire uno spiraglio a nord sul tema centrale del lavoro. Cosa chiedono gli umbri? Proviamo a interpretare gli elettori: non una paghetta in più, perchè qui ce ne sono già abbastanza (gli ultimi dipendenti part time della Regione a 647 euro al mese), piuttosto più occasioni di lavoro solido e ben retribuito, che solo un mercato in salute può garantire. Ma il pubblico, con un sindacato innovativo che sia di stimolo, può aiutare a rimuovere certi ostacoli: le infrastrutture carenti, i servizi inadeguati, la burocrazia inconcludente dell’assessorato regionale e delle Agenzie, le difficoltà ad attingere al credito.

Che Umbria farà di qui a breve? Speriamo bene.