[Dalla Terra santa a Perugia: il messale miniato di San Giovanni d’Acri]

da un nostro contributor

PERUGIA – Tra i tanti grandi e piccoli tesori custoditi nella nostra città ce n’è uno che ci parla della Terra Santa e che risale all’epoca delle crociate. È un messale finemente miniato del XIII secolo che si trova nella biblioteca capitolare della Cattedrale di Perugia.
Ad illustrarlo ci ha pensato in maniera eccellente il Prof. Mirko Santanicchia del Dipartimento di lettere – lingue, letterature e civiltà antiche e moderne dell’Università di Perugia. E lo ha fatto nell’ambito  delle conferenze e incontri organizzati per ricordare gli 800 anni di presenza dei francescani in Terra Santa.
Il messale in questione viene realizzato tra il 1270 e il 1280 nello “scriptorium” di S.Giovanni d’Acri.
Gli “scriptoria” in Terra Santa erano caratterizzati da un mondo fortemente interculturale, in particolare i due più importanti: quello del Santo Sepolcro – fino alla fine del XII sec. – e poi soprattutto quello di S.G.D’Acri.
Il nostro manoscritto è un messale, delle dimensioni all’incirca di un moderno foglio A4, che si compone di 455 fogli di carta pergamena e comprende 440 carte legate al rito della Messa oltre a moltissime miniature. Realizzare un codice miniato di tali fattezze non era un lavoro da poco, occorrevano molti mesi, se non addirittura anni, visto il numero e la ricchezza delle miniature presenti.
Ha la struttura tipica dei messali: contiene un calendario liturgico con le festività che andavano celebrate (un po’ la stessa organizzazione dI quelli odierni) e all’interno troviamo una festa in particolare molto importante perché spiega la sua provenienza.
Vi si legge infatti che il 12 luglio viene celebrata la “Dedicatio ecclesiae Acconensis”, vale a dire l’intitolazione della Cattedrale di S.G. d’Acri (Akko era il nome originale in ebraico della città), quindi è chiaro il suo legame con quest’ultima.
Una delle miniature più interessanti presenti nel messale a tutta pagina E rappresenta una grande crocifissione. Lo stile di questa miniatura rivela la matrice bizantina dell’artista (probabilmente opera di un miniatore bizantino): il tipo di iconografia, il modo di rappresentare le figure con una definizione netta dei volti, il l tipo di fondo oro, il  “Christo Patiens”, la rappresentazione dei panneggi in maniera rigida. Accanto a questi elementi tipici dell’arte bizantina però, compare un modo più occidentale di concepire la forma, con un impasto del colore più morbido che rende le forme, per così dire, volumetriche: non è proprio gotico francese, ma si tratta di un linguaggio di mediazione, quella lingua franca cui si accennava poc’anzi.
Anche i capilettera decorati del testo, il modo di usare i partiti decorativi con le crocette, la presenza di bolli dorati, non hanno nulla a che vedere con la cultura bizantina della metà del Duecento, ma sono invece tipiche di quella francese dello stesso periodo.
Le figure sono ancora schematizzate, ma non hanno tutti i caratteri della cultura bizantina, presentano qualcosa di diverso ad esempio nel trattamento del chiaro-scuro. Stilisticamente quindi siamo di fronte ad un linguaggio nuovo, a metà strada tra la cultura bizantina e quella occidentale e che prenderà il nome di “lingua franca”.
A questo punto la domanda che ci si pone è: come ha fatto questo manoscritto realizzato a San Giovanni d’Acri nella seconda metà del Duecento ad arrivare a Perugia?
Sappiamo che la presenza occidentale in Terra Santa termina con la caduta nelle mani del Saladino proprio di S.G. d’Acri nel 1291 e il trasferimento dei cristiani prima a Cipro e poi in Puglia, dove erano già presenti delle roccheforti, in quanto punto occidentale più vicino alla Terrasanta.
Così fa anche il Patriarca di Gerusalemme che si porta dietro l’archivio del Patriarcato (che si trovava a S.G.d’Acri). È così che questi manoscritti arrivano in Occidente e il Priore con i canonici del Capitolo del Santo Sepolcro in un primo momento stazionano a Barletta e successivamente si trasferiscono a Perugia nella Chiesa di San Luca. Questo spiega la presenza nella nostra città del messale miniato. E non è l’unico oggetto di questa cultura che arriva in Umbria, perché da noi c’era già la presenza degli ordini monastico-militari, soprattutto i Cavalieri Gerosolimitani (Cavalieri di Malta) e i Cavalieri Templari (si pensi a San Bevignate).
Proprio a San Bevignate pare sia appartenuta –  secondo un’ipotesi molto accreditata dello storico dell’arte Pietro Scarpellini  — un’opera di queste, forse la più famosa, nota come il Trittico Marzolini, conservata oggi nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Si tratta di un grande tabernacolo a sportelli che mostra in una delle scene, quella della presentazione di Gesù al Tempio, una grande croce rossa dell’ordine templare. Ebbene, anche questo prodotto artistico, che si data tra il 1275 e il 1280, presenta gli stessi attributi stilistici e parla la medesima lingua “franca” del nostro messale miniato.
Opere come il Trittico Marzolini costituiscono l’appendice di questa cultura rappresentata dal nostro manoscritto che con tutta probabilità appartenne al Patriarcato o ai Canonici stessi di Gerusalemme e che oggi, dopo il lungo viaggio dalla Terra Santa, concorre a formare il patrimonio del Museo Capitolare di Perugia.