da un nostro contributor

La fortuna, fama, la notorietà e l’importanza, Urbino le deve a due personaggi vissuti a breve distanza l’uno dall’altro. Uno è un uomo d’arme “tout court”, condottiero – uno dei più importanti capitani di ventura del ‘400 – che dell’arte della guerra ha fatto un’industria vera e propria, ma al tempo stesso anche grande mecenate e scaltro uomo politico.

L’altro è un artista a tutto tondo, architetto e soprattutto pittore -tra i massimi della sua epoca- che ha segnato indelebilmente il Rinascimento italiano. Stiamo ovviamente parlando di Federico (III) da Montefeltro e di Raffaello Sanzio. Ma mentre della presenza del Duca è permeato l’intero Montefeltro, con tutte le sue rocche, del genio di Raffaello in città resta solamente un segno, una sola opera – seppur importante e di grande impatto – fa mostra di sé a Palazzo Ducale, in quella che fu la camera della Duchessa, un ritratto di gentildonna, conosciuto come “La Muta”.

Urbino, che dà i natali ad entrambi, “Urbs binus”, città doppia, divisa in due, perché disposta su due colli, oppure, altra ipotesi, il nome deriva da “urvus” aratro, proprio per questa forma ricurva. Il suo centro storico è un sito Unesco, patrimonio dell’umanità da oltre vent’anni, e in città ha sede una tra le più antiche università italiane (1506).

Urbino. Il suo inconfondibile e bellissimo biglietto da visita, con un impatto grandioso per chi arriva dalla strada di San sepolcro/San Giustino, è la scenografica facciata con le torri del Palazzo Ducale. Che però è una facciata finta, non ha porte di accesso, perché realizzata per una funzione simbolica: l’intenzione era quella di mostrare la magnificenza, la ricchezza, la cultura di Federico. Le due torri poi non avevano uno scopo difensivo, erano proprio degli osservatori, anche astronomici; all’interno una scala a chiocciola in pietra serviva da collegamento tra i diversi livelli del Palazzo.

Con Federico, – FF, Federicus Feltrius – Urbino diventa la capitale dell’umanesimo matematico, perché lui ama in particolare le arti liberali del quadrivium, che afferiscono alla sfera matematica: aritmetica, geometria, astronomia/astrologia e la musica. In città arrivano quindi artisti del calibro di Leon Battista Alberti e Piero della Francesca (originario di una cittadina non molto distante, Borgo Sansepolcro) e tutto si gioca su queste discipline scientifiche, sulla matematica, sulla prospettiva ecc… Ma arriveranno anche i Fiamminghi. Tutti gli artisti che rappresentano “il nuovo”, vengono chiamati da Federico ad Urbino. Artisti che poi arriveranno e lasceranno la loro esperienza.

Il nostro Duca è celebre anche per quel naso particolare che ci viene mostrato nei dipinti –  compreso quello degli Uffizi di Piero della Francesca – in cui viene raffigurato sempre di profilo, il sinistro, che è il suo lato migliore. Quel naso però non è stato sempre così. All’età di 28 anni, partecipando ad un torneo, nel corso dei festeggiamenti per la nomina di Francesco Sforza a signore di Milano, una lancia gli penetra nell’armatura e gli scheggia via appunto un pezzetto del naso e lo sfregia irrimediabilmente portandogli via l’occhio destro.

Federico, che prima di avere un erede maschio, nato come lui a Gubbio, fa partorire otto femmine a Battista Sforza (in pratica lei era sempre in cinta) sposata -in seconde nozze- quando lei era ancora giovanissima (14 anni) e lui invece era già un uomo maturo (38 anni). Ancora una curiosità su Federico: recenti studi condotti sui resti scheletrici del duca hanno evidenziato sul suo piede destro, inequivocabili segni dell’artrite urica, una lesione tipica della gotta. Alla gotta andavano particolarmente soggetti nel Medioevo e nel Rinascimento gli aristocratici, che facevano uso abbondante di alimenti ricchi di purine, come le carni rosse.

Il palazzo Ducale fortemente voluto da Federico è sede oggi della Galleria Nazionale delle Marche e raccoglie molte opere d’arte; tra i dipinti annovera La Flagellazione di Cristo – che attrae ancora per l’aura di mistero che ancora lo avvolge – e la Madonna di Senigallia entrambi di Piero della Francesca, oltre alla Città Ideale, uno dei tre originali di questo soggetto: tre vedute diverse di città e tutte e tre decoravano questo palazzo. Una si trova a Baltimora e l’altra a Berlino. Questa di Urbino si data intorno al 1480 e anche se l’autore non si conosce con certezza, gli esperti la attribuiscono a Luciano Laurana, il primo architetto del Palazzo. E come già anticipato, un altro pezzo forte della collezione è la Muta di Raffaello. La persona rappresentata nel quadro è Giovanna, la figlia del Duca Federico. La muta, non perché lo fosse veramente, ma perché non doveva parlare, quello era il momento del silenzio e del dolore e la ragione è perché da poco era rimasta vedova di Giovanni della Rovere. L’opera viene realizzata a Firenze, quando Raffaello aveva 22/23 anni. Sarà proprio Giovanna, la figlia di Federico a scrivere una lettera – diremmo oggi – di raccomandazione, in cui descrive le grandi qualità di Raffaello e per queste merita di essere accolto nella cerchia degli artisti della corte dei Medici. Raffaello va a Firenze quindi per imparare le tecniche di Leonardo, vuole studiare le sue opere. E in effetti guardando la Muta ci si accorge subito che quelle opere, la Gioconda in primis, Raffaello le ha viste eccome. La posa di tre quarti, la spalla che arretra, dalla testa alle braccia è evidente la piramide. Ma qui lo sfondo è scuro, è nero, perché l’osservatore la deve guardare in viso. E’ un modo per non disperdere l’attenzione. La bravura di Raffaello non è limitata alla riproduzione della realtà fisica della materia, ma qui rende benissimo lo stato d’animo, la psicologia della gentildonna la quale viene rappresentata nel momento della vedovanza. Gli occhi e la bocca con le labbra serrate comunicano davvero il dolore che Giovanna prova.

Il realismo del ritratto è impressionante, dai capelli alle mani, ai nodi della collana e poi con il gioco della prospettiva la si può osservare da una parte all’altra ma lo sguardo della donna ci segue sempre.

Seppure in deposito permanente nel Palazzo Ducale, la proprietà del quadro è della Galleria degli Uffizi di Firenze, che come il resto dell’eredità dei Della Rovere era finita a Firenze. Poiché ad Urbino non era rimasta alcuna opera di Raffaello, fu Mussolini che alla fine degli anni Venti, permise il ritorno in città del quadro.

La Muta e gli altri capolavori citati si sposano benissimo con la maestosità del Palazzo Ducale, accendendo di nuovo su di esso una luce che lo riporta ai fasti dei secoli passati, quando il Ducato era un importantissimo centro artistico e culturale sulle orme di quello di Lorenzo il Magnifico (non a caso grande nemico di Federico da Montefeltro).

Nel 1631 muore ad Urbania l’ultimo Duca, Francesco Maria II Della Rovere (la tomba è nella chiesetta dell’ospedale) e con lui finisce il Ducato di Urbino. L’ultima erede infatti dei Della Rovere, è Vittoria, una bambina di appena 8 anni, che va in sposa a Ferdinando II Dei Medici. Essendo lei erede legittima dei beni del Ducato, nel 1631 con il matrimonio se li porta a Firenze – la biblioteca, gli arredi, le opere d’arte ecc – spogliando così il Palazzo di tutto (stessa sorte subiranno anche gli altri di Pesaro, Urbania e così via). Da questo momento i Legati Pontifici torneranno a governare il Montefeltro (Papa Urbano III si oppose con fermezza al passaggio – come sarebbe stato naturale all’indomani delle nozze – sotto l’influenza del Granducato di Toscana) e per il Ducato comincerà il periodo della decadenza.