Un contributo de “Il tarlo”

Eravamo tutti nella sala congressi di un istituto secondario di secondo grado di Perugia, ci ero stata altre volte , ma non l’avevo mai vista affollata come quel giorno, per la maggior parte la presenza era costituita da studenti, ma c’erano anche numerosi insegnanti, rappresentanti dei genitori e, nelle prime file di fronte al tavolo di presidenza lasciato al conferenziere, tutti i dirigenti scolastici che avevano organizzato l’evento. Sono passati tanti anni, ma ne conservo il ricordo sia per l’importanza che attribuivamo tutti a quella giornata, sia per la delusione che non ho ancora digerito.

L’ospite d’onore era un noto (…omissis…) che, lasciato il proprio autorevole ruolo prima del tempo, aveva coltivato la sua indiscutibile capacità di scrivere, pubblicando tra l’ altro testi rivolti ai ragazzi ed ai bambini. Per poterlo incontrare era stato necessario stabilire la data con più di un anno di anticipo, acquistare un significativo numero dei suoi libri curarne la diffusione, la lettura e l’approfondimento nelle scuole e nelle famiglie.

Quel giorno eravamo tutti molto determinati a porre tante domande, anche noi genitori. I libri erano stati letti e discussi, suscitando dibattiti e confronti di opinioni all’interno delle scuole e nelle famiglie. Avevano favorito approfondimenti sui temi della legalità, della coscienza civica, del diritto di cittadinanza, dell’identità nazionale e dell’etica universale… Il bellissimo testo della Costituzione Italiana era stato oggetto di grande attenzione e di sincera emozione per tutti.

L’Autore dei libri fu accolto con un prolungato applauso. Applaudire ormai rappresenta un saluto corale, tant’è che si applaude anche ai funerali, ma il nostro ospite sembrò indifferente al caldo saluto, non sedette al tavolo di presidenza e preferendo un approccio socratico cominciò a camminare pensoso nei corridoi liberi tra le file di poltrone. Non potemmo porre domande, non ce ne dette il tempo, cominciò a porle lui, continuando fino al termine dell’incontro senza rendersi disponibile a dare risposte, ma ironizzando sulle risposte ottenute dalla platea.

Non pochi uscirono insoddisfatti e delusi. Non erano certo mancati gli stimoli alla riflessione o gli inviti, seppure impliciti, ad ulteriori approfondimenti, ma quell’atteggiamento un po’ spocchioso non è piaciuto alla gran parte di noi. Forse sarei riuscita a dimenticare dettagli poco importanti rispetto all’evento, anche in virtù dell’interesse che la lettura dei libri e l’elaborazione dei significati in essi contenuti avevano rappresentato per mia figlia e per me. Una grande opportunità, di conoscere per lei e di approfondire per me il testo della Costituzione. C’è, però, una cosa che mi lavora in testa ( il solito tarlo), a distanza di tanti anni.

Una delle prime domande del nostro illustre ospite fu “Che cosa rende libero un uomo?”, dopo qualche minuto di silenzio dalle prime file qualcuno rispose “il lavoro” ne ricevette uno sprezzante rimando “Arbeit macht frei”, reso ancora più pesante dall’ilarità generale. Ancora oggi mi chiedo cosa c’entri la terribile insegna di un campo di sterminio, divenuta simbolo di uno dei livelli più aberranti dell’umanità, pensata con la crudeltà raffinata di uno dei carnefici e realizzata da una delle vittime, che si premurò di scriverne la lettera B capovolta proprio perché quella nobile parola “lavoro” non fosse usata in maniera così beffarda.

La Costituzione italiana non parla del lavoro come fondamento della nostra Repubblica? Il lavoro non è un diritto da garantire, salvaguardare, tutelare?
Penso che questo non vada cambiato e che semmai vada esteso a tutti, anche a coloro che sono nel nostro paese senza esserne “cittadini”.
E’ una questione di dignità