POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Testimone e anticipatore delle svolte della politica umbra, da Ermini al Patto della scopetta prima di morire propose l’Accademia del Piave, resistenti contro il declino

di Marco Brunacci

PERUGIA – L’occasione è stata la presentazione della piccola raccolta dei suoi Fischi e delle sue Stelle scritte per Umbria domani. La sala Brugnoli di palazzo Cesaroni piena di amici, di protagonisti della vita pubblica della Perugia degli anni lontani e di quelli recenti, per ricordare Luciano Moretti, interprete della politica umbra, raffinato come pochi e per questo capace di intuire e annunciare le svolte. La grande rivalità tra la cultura e la tradizione marxista e quella cattolica del dopoguerra, ma nel rispetto delle istituzioni, che finisce nella collaborazione che porta al compromesso storico, fino alla relativamente recente fondazione del Partito democratico. E le analisi e le intuizioni di cui era capace, portano Luciano Moretti ad anticipare, a suo modo, la disfatta di quel mondo dei partiti tradizionali avvenuto nell’ultima elezione, dopo la sua morte.

Vedendo le carenze di tanta parte della classe dirigente, le difficoltà della sinistra di governo umbra, le rivalità spesso insensate all’interno del Pd, profetizzava un futuro gramo. Non è un caso che, in una delle sue ultime conversazioni, proponeva agli amici, visto il clima generale, la costituzione di un’”Accademia del Piave”, un gruppo di resistenti contro la dilagante mediocrità. Una linea da difendere per testimoniare i valori in cui si crede.
Luciano ci ha lasciato a 78 anni. E’ stato giornalista di rara cultura e di uguale umanità, mai sopra le righe, protagonista della vita politica di Perugia, la città che amava e che conosceva così profondamente. Ha lasciato nella storia perugina il suo segno lieve: intuizioni di ingegneria politica, sapiente e discreta presenza, civili battaglie sempre temperate dall’intelligenza e dal distacco di chi sa quali sono le priorità e i valori della vita. Ma soprattutto capacità di intuire mutazioni e cambiamenti.
Raccontava agli amici le sue esperienze di goliarda o di mancato funzionario di banca (due giorni e una notte) alla Cassa di risparmio di Perugia, enclave bianca nell’impero rosso fuoco dell’Umbria anni Cinquanta. E i suoi occhi curiosi e intelligenti si illuminavano di un bagliore che non è di malignità perché non ne era capace, ma solo di compiacimento per aver colto un lato debole della commedia umana ed esserne stato protagonista e poterlo testimoniare.
Sentite risuonare allora le sue narrazioni su Ermini, il re di Perugia, come lo chiamavano allora, rettore dell’Università che per un po’ di tempo almeno difese dai brocchi e dai raccomandati, comandante delle truppe dell’avamposto democristiano in terra sconsacrata, leader della corrente di Luciano all’interno della Dc. Alla fine delle campagne elettorali vincenti – ecco il racconto – l’Ermini era uso radunare i suoi per ringraziare. Almeno questo era il motivo dell’incontro. Ma finiva sempre allo stesso modo: un grazie te le diceva anche, ma il Re di Perugia ricordava a tutti loro che era facile vincere con un candidato forte come lui.
Ascoltate ancora Luciano. Quel giorno l’Ermini era preoccupato perché aveva una visione totalmente diversa sulla legge sull’Università e l’Istruzione rispetto a quella di un nascente leader toscano del suo partito, anche quello molto determinato e sicuro delle sue convinzioni, Amintore Fanfani. Dopo alcuni minuti di conversazione dai toni accesi e preso atto che nessuno dei due avrebbe fatto un passo indietro, Re Ermini infilò la mano nella tasca interna della sua giacca, tirò fuori il sigaro, lo mise in bocca, ed esplose in faccia al suo (come noto, non alto) interlocutore l’ultima cartuccia: “Io – sibilò – i mezzi toscani me li fumo”. Ecco cos’era quella Perugia: rossa con enclave bianche, ma con i capi dei rispettivi schieramenti che volevano il meglio per le istituzioni che governavano.

I Luciano-Highlight

Da non perdere dai Luciano-highlight un altro episodio che spesso ritornava nei suoi ricordi e che spiega come pochi altri il clima della politica umbra degli anni delle grandi rivalità politiche. Con l’amico Guardabassi, Luciano fa tardi tra Umbria e Marche, tra organizzazioni di serate con gruppi rock e lancio di canzoni, tra oratori, balere e le prime disco-music. Una certa sera i due singer militanti, affamati, si ritrovano costretti a ripiegare su una Festa dell’Unità per mangiare qualcosa. Stando accorti, cercano di infiltrarsi nel posto di ristoro avversario. Ma ecco Luciano che ricorda un omaccione il quale, di fronte alla loro richiesta di salsicce, teneramente li apostrofa: “Ce l’ete il bono?”. Li aveva scoperti, ma non li denunciò al Gastro-Comintern. Anzi, indicò loro la procedura burocratica corretta per entrare nella graduatoria per ottenere il panino. In fondo il tenero omaccione aveva fatto la svolta riformista e archiviato la rivoluzione socialista, e, senza saperlo, con un gesto paterno, stava aprendo una nuova stagione politica.
Abbiamo un altro Luciano da non perdere. Ascoltate lui stesso, affascinante narratore, conversatore prezioso, giocoliere di parole, che racconta con una soddisfazione speciale il “Patto della scopetta”. La scena è sempre la Perugia delle grandi sfide. La Cassa di risparmio, la Camera di Commercio e l’Università, da una parte, fortezze bianche in territorio rosso, dall’altra parte tutto il resto. Ma un nemico comune è alle porte, la frammentazione della politica, la conseguente instabilità, insieme ai morsi delle ricorrenti crisi italiche. Così si mette in movimento una piccola corte di volenterosi ante litteram, pochi prescelti, saggi capaci di superare antichi steccati e di farlo con la massima riservatezza. Alla fine organizzano una partita di scopa all’ombra della Fontana maggiore. Uno davanti all’altro, carte in mano, un illustre vescovo del passato e un altrettanto illustre leader maximo della nomenclatura Pci dell’epoca. Tra un settebello e una primiera si disegnano i nuovi equilibri dell’Umbria che hanno superato indenni decenni di storia in sella a un cavallo di spade (e non di denari).

Di quella nuova stagione Luciano Moretti fu protagonista ma soprattutto testimone intelligente. Questo lo ha portato alla sua ultima profezia. Aveva intuito il declino dei partiti storici, il distacco sempre più difficile da colmare della politica dalla gente. L’Accademia del Piave, alla quale da tre anni almeno aveva iniziato a invitare gli amici più vicini a partecipare, non era l’Aventino di qualche intellettuale contro il popolo che sceglieva in maniera diversa dalle indicazioni date dai partiti storici. Era il luogo per riflettere sui troppi errori commessi, sulla inadeguatezza di tanta parte della classe dirigente, ma anche la trincea sulla quale riaffermare ideali e valori politici.
Chissà che Luciano Moretti, il profeta, e la sua Accademia non siano il punto dal quale la politica umbra (e non solo) debba ripartire.