Coinvolti 29 comuni per riscoprire e contestualizzare il patrimonio culturale diffuso: l’apporto del Gal “Valle Umbra e Sibillini”

SCHEGGINO (Perugia) – Avranno l’obiettivo di ricreare un’identità culturale del territorio, oltre che di creare un’occasione di vitalità per la Valnerina e la Valle Umbra (ma non solo), gli itinerari che dallo Spazio Arte Valcasana di Scheggino partiranno coinvolgendo Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo nell’ambito della grande mostra “Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino”.

Ventinove i Comuni coinvolti in quattro regioni, di cui 19 in Umbria, con 72 chiese e circa 125 tra opere e cicli pittorici: interessata tutta la Valnerina, ma anche il Folignate e lo Spoletino, Nocera Umbra, Fossato di Vico, alcune zone del Ternano e poi la provincia di Macerata, il Reatino, L’Aquila e il suo circondario. Non tutto sarà visitabile tra gli itinerari, a causa dei danni del terremoto, ma in quei casi il contesto fornirà comunque un contributo alla mostra stessa.

Gli itinerari territoriali, parte integrante della mostra che si terrà dal 24 giugno al 4 novembre 2018 a Spoleto, Montefalco e Trevi, sono stati presentati giovedì 26 aprile a Scheggino dal sindaco Paola Agabiti, dalla Soprintendente ad archeologia, belle arti e paesaggio dell’Umbria Marica Mercalli, dai curatori Vittoria Garibaldi e Alessandro Delpriori e dal presidente del Gal Gianpiero Fusaro. Presenti alla conferenza stampa anche il sindaco di Trevi, Bernardino Sperandio, di Sant’Anatolia di Narco, Tullio Fibraroli, di Vallo di Nera, Agnese Benedetti, di Monteleone di Spoleto, Marisa Angelini e gli assessori di Spoleto, Camilla Laureti, e di Montefalco, Daniela Settimi. Per l’Archidiocesi di Spoleto – Norcia c’era la direttrice del museo diocesano Stefania Nardicchi.

«Si tratta di un progetto bello ed ambizioso – ha spiegato Paola Agabiti – siamo onorati di far parte di questo circuito espositivo, che prevede l’esposizione di oltre 70 opere. Per il nostro territorio – ha osservato il primo cittadino schegginese, che ha ringraziato tutte le istituzioni coinvolte – far parte di questa mostra ha una duplice valenza: quella di riscoprire e promuovere i nostri luoghi e costruzioni e quella di far conoscere un’area generosamente dotata di tanta bellezza ma che ha dovuto superare eventi difficili come da ultimo il recente sisma. Questa mostra offre l’occasione di una nuova vitalità per il nostro territorio e la Valnerina tutta. Abbiamo quindi messo a disposizione questo luogo, lo Spazio Arte Valcasana, da dove partono gli itinerari che vogliono ridelineare un percorso culturale dove importanti artisti hanno lasciato importanti contributi».

La soprintendente Marica Mercalli ha evidenziato come «questa è stata pensata come una mostra che possa avere anche a supporto e a complemento un immediato riferimento con il territorio. Mi sembra un segnale morto importante, siamo custodi di un patrimonio diffuso che non è solo quello che troviamo nei nostri musei, nei nostri palazzi storici: è un patrimonio che troviamo nelle chiese, nelle piccole frazioni, anche in luoghi piuttosto sperduti, ed è un patrimonio spesso poco conosciuto». «L’importanza di questa mostra – ha sottolineato – è anche quella di far conoscere meglio il patrimonio di questa zona dell’Umbria: questo patrimonio diffuso dobbiamo contestualizzarlo, ne va capita l’importanza rispetto ai luoghi di provenienza». A Scheggino, quindi, ha annunciato la soprintendente, verranno presentati alcuni frammenti degli affreschi di San Salvatore a Campi di Norcia, gioiello dell’arte romanica crollato in seguito alle scosse di terremoto del 2016.

L’idea è quella di presentare qui alcuni frammenti e nello stesso tempo, avendo ripreso già dall’inizio della scorsa settimana a lavorare sulla messa in sicurezza della chiesa di San Salvatore, poter collegare a questo le visite guidate all’edificio nursino. «Voi tutti – ha ricordato Mercalli – avete visto come era ridotta la chiesa: un cumulo di macerie. Oggi San Salvatore si vede, si può di nuovo praticare all’interno, perché le pareti perimetrali sono rimaste in piedi, abbiamo sgomberato tutte le macerie dall’interno. Terminata la messa in sicurezza del pontile, rimasto in parte in piedi grazie anche alla centinatura lignea che era stata fatta dopo il terremoto del 1979, si potrà visitare l’interno di San Salvatore. A Scheggino ci saranno in mostra frammenti importanti di affreschi e lapidei, ma le persone da qui potranno percorrere uno degli itinerari culturali della Valnerina, arrivare fino a Campi e lì avere anche una spiegazione di tutto il lavoro di messa in sicurezza che è stato fatto. Le persone devono tornare nei luoghi e capire che lì, ancora una volta, è possibile ricostruire».

A entrare nel merito della mostra è stata la dottoressa Vittoria Garibaldi, curatrice insieme ad Alessandro Delpriori che con la sua attività sul campo ha fornito importanti elementi alla storia dell’arte del periodo in centro Italia. L’esposizione è infatti dedicata all’arte in Umbria degli inizi del 1300 ed in particolare a quei maestri che hanno lavorato al Cantiere di Giotto ad Assisi e che poi hanno lasciato tracce della loro attività, pittorica e scultorea, nel resto della regione così come in quelle limitrofe. «Abbiamo un numero abbastanza interessante di pittori – ha rilevato Vittoria Garibaldi – che si muovono in tutta la zona dell’Appenino, lungo un ampio raggio di attività, lasciando opere particolarmente importanti. Mentre gli studi sul cantiere di Assisi sono stati approfonditi, quelli su questo settore, per quanto riguarda la Valnerina ma anche la Valle Umbra, non sono stati sistematici: se alcuni storici hanno tirato fuori i nomi di pittori, non esiste il collegamento in gran parte tra il nome del pittore e l’opera d’arte, era un vuoto che questa mostra sta cercando di colmare».

Lo scopo della mostra è quindi quello di mettere a confronto questi maestri (denominati con nomi di fantasia ma legati al loro contesto, a luoghi o ad opere) e cercare di ricostruire la loro produzione. «Ci è sembrato fondamentale – ha spiegato la storica dell’arte – come contributo integrativo agli studi ma anche per la conoscenza di chi va a vedere quelle mostre, andare nei luoghi per creare il collegamento, il legame con i luoghi dove queste opere sono state prodotte, capire perché sono state fatte per quelle chiese, vedere quei paesaggi, parlare con quella gente, sentire quelle emozioni, mangiare quello che si mangia in quei posti. È ricreare un’identità».

A ripercorrere l’origine dei suoi studi è stato Alessandro Delpriori, che aveva vinto una borsa di dottorato all’Università di Firenze sul Quattrocento in Valnerina, ma che lungo il percorso si è ritrovato invece ad approfondire l’arte del 1300 e “la quantità e qualità straordinaria di opere d’arte di quel periodo che stanno tra Spoleto e in tutta la Valnerina”. Tra le particolarità l’assenza in tutta questa zona (ma anche in quelle circostanti ad Est e Sud) in quel periodo storico, dei polittici, diffusi invece nel resto d’Italia ma anche a Perugia. A fornire notizie utili in tal senso è il processo di canonizzazione di Santa Chiara da Montefalco.

«C’è una sorta di iconoclastia umbra – ha infatti ripercorso Delpriori – che viene dal misticismo. Di Santa Chiara si diceva che quando pregava diventava rigida come una scultura lignea. E quindi c’è un parallelo tra la santità e la scultura in legno. In tutta questa grande area tra Spoleto, Teramo e L’Aquila si sviluppa una concezione artistica completamente nuova: lo scultore era anche il pittore, la policromia delle sculture è fondamentale per capire anche la forma. Il nostro lavoro è stato quello di mettere insieme le membra separate di un contesto artistico che era un po’ scucito. Fare una mostra sul Trecento in Valle Umbra ha un significato molto forte, dal punto di vista sociale, politico, ma anche storico-artistico; il cantiere di Assisi è il cantiere più importante d’Europa per tutto il 1300, però Giotto viene e poi se ne va: prende gli artisti umbri, si crea la sua bottega e poi lascia gli umbri a lavorare. Studiare questo periodo a Spoleto significa studiare Assisi, studiare gli artisti umbri del Trecento significa capire meglio i grandi processi dell’arte in Europa».

A rendere possibile tutto questo è stato il Gal “Valle Umbra e Sibillini” che, come è stato ricordato, per primo ha creduto nel progetto e per la mostra ha stanziato circa 120mila euro. «Abbiamo subito percepito la portata dell’evento – ha spiegato il presidente del gruppo di azione locale, Gianpiero Fusaro – un progetto trasversale che copre tutto il territorio di nostra competenza ed il consiglio l’ha apprezzato e finanziato. Il finanziamento – ha ricordato – viene da quelli che ci sono stati concessi dagli altri Gal, circa 2,5 milioni di euro per quanto riguarda la zona del cratere. Il nostro è un territorio ricco di cultura, gastronomia, paesaggi; questi nostri borghi vanno messi in luce per dargli lo spazio che meritano e questa mostra va in quella direzione».

A concludere la conferenza stampa è stata l’assessore regionale alla cultura Fernanda Cecchini che ha ribadito il «valore culturale che questa mostra ha” ma anche il suo inserirsi in un territorio definito come area interna ed appenninica ed interessato dal terremoto, il che consente di avere finanziamenti importanti dall’Europa. “Questa mostra probabilmente – ha spiegato – ci sarebbe stata ugualmente, ma coincide con un momento di rinascita e rappresenta l’occasione di ricostruire l’identità di questo territorio: rappresenta una grande scommessa per il territorio ancor prima che per il turismo».