Rinviata però, a data da destinarsi, ogni discussione. La presidente della Regione: «Sconfitta di tutti, di Partito democratico e alleati»

di Daniele Cibruscola

PERUGIA – I lividi sono ancora tutti lì, a ricordare la caduta del gigante rosso che anche in Umbria, come nel resto del Paese, il 5 marzo si è risvegliato lillipuziano. I lividi sono le dimissioni del segretario regionale Leonelli e di tutta la segreteria del partito. I lividi sono, oggi, le parole che Catiuscia Marini fino a pochi mesi fa non avrebbe mai pensato di dover pronunciare: «Rimpasto? Nessun tabù».

Mescolare le carte nel mazzo della giunta non riscatterà l’immagine del Pd agli occhi degli umbri: i punti in mano sono quelli, c’è poco da fare. Però l’ipotesi, che Marini non scarta (ancora: «Nessun tabù sugli assetti istituzionali») ma non sollecita neppure («Non era e non è all’ordine del giorno»), in realtà è concreta. Perché «è vero, siamo entrati nella terza Repubblica, e parole come “rimpasto” sanno di vecchio». Ma è pure vero, dopo l’ambaradàn delle candidature nazionali, che i rapporti tra Pd e alleati locali (leggi socialisti a palazzo Cesaroni, leggi Chianella) sono tesissimi. E se un muso contro muso già non c’è stato, ci sarà.

Del resto se il voto nazionale ha avuto dure ripercussioni all’interno del partito, è pacifico (si fa per dire) pensare che l’avrà pure nelle dinamiche tra Pd e alleati di governo locale. «Perché la sconfitta è di tutti», dice e ribadisce Marini. «È collegiale, non dei candidati e tanto meno di quelli all’uninominale», dove il Pd ha preso sberle sonore. «Va elaborata un’analisi ponderata sul flusso dei voti», rinvia la governatrice. «La sconfitta non è stata la sconfitta dei singoli ma del partito e della coalizione». Come a dire che gli elettori, no, non hanno preferito un nome a un altro, ma un partito («in Umbria uno di destra, la Lega», sottolinea) all’alleanza di centrosinistra. «Elettori sufficientemente adulti» da «votare in maniera mobile», insiste: un po’ speranzosa di riattrarre consensi, un po’ narratrice dell’attuale transumanza di consensi dal Pd all’altra parte della barricata.

In questo scenario, ancora un problema: il timing istituzionale. Lunedì c’è la direzione nazionale («che stavolta dovrà ascoltare i territori»). Mercoledì quella regionale che indicherà la via post dimissioni di Leonelli: reggenza o congresso anticipato. «Con un governo in proroga e uno che ancora deve costituirsi, poi, i tavoli di concertazione a livello nazionale saranno ancora più complicati da affrontare. Penso alle vertenze. Penso a Perugina, penso a Tagina». Ancora col cronometro in mano: a brevissimo Amministrative in otto Comuni di cui alcuni importantissimi (Terni, Spoleto, Trevi, Umbertide, Corciano), poi le Regionali: «Appuntamenti decisivi».

Tornando alle Politiche. Il Pd in Italia paga «sette anni di responsabilità di governo, passati a fronteggiare chi propone soluzioni semplici a problemi complessi. E allora, il Pd deve ripartire dal luogo in cui lo hanno collocato gli elettori, l’opposizione, e da concetti fondamentali: ricostruzione, partecipazione, apertura». «Non esistono più regioni rosse», continua Marini. E nel suo intervento, molto più ampio di quanto qui riportato, ripete a mò di mantra: «Per il Pd ora è il momento dell’umiltà. Il mio ruolo? Tenere ferma la barra del governo regionale e quella del riassetto interno al partito. Ruoli che però non intendo confondere».