Saga degli Umbricelli | Luca: «Quel camice che sognavo da bambino»

Dal solito bla bla (car) alla Saga degli Umbricelli: storie perugine, umbre. Comunque storie di vita da raccontare. Quarto appuntamento con la nostra rubrica, a cura di Gregorio Tamborrino Orsini

di Gregorio Tamborrino Orsini

«Cos’è una modella? Un corpo, un volto, un po’ di trucco, un bel vestito.. e sotto il vestito? Sotto il vestito niente» (dall’omonimo film di Carlo Vanzina). E un medico, cos’è? Lo chiediamo a Luca, nato a Gualdo Tadino proprio negli anni della ‘Milano da bere’ raccontata da Vanzina, ben prima della diaspora forzosa imposta da un sano opportunismo e una più preoccupante carenza di opportunità.

L’ “Umbria da digerire”, dal sapore del boccone amaro, fa sempre meno prigionieri. Anche Luca, che non ha mai realmente desiderato fuggire di casa, ultimato il percorso di medicina a Perugia ha puntato Milano per alzare il tiro con la specializzazione. Fatti non fummo a viver come bruti, ma per raccogliere la sfida del San Raffaele. Entrato ormai 4 anni fa nel reparto di chirurgia toracica, conserva ancora oggi il ricordo nitido dell’esordio: « un neo-medico con in bocca ancora tutti i denti da latte che va a sbattere contro un bel portone». Adesso può permettersi di archiviare un empiema pleurico spettinandosi appena ma, confessa, l’inizio è drammatico. L’ambizione di ogni studente di medicina che vive nel mito del chirurgo super eroe finisce, presto o tardi, per deragliare sui binari della realtà: «Il lavoro sul campo è fatto di fatica ed errori. Di schiaffi. Non puoi far altro che venire a patti con i tuoi limiti e con la ‘fame’ di operare». Perché come un pilota smania per mettersi al volante, così un chirurgo scalpita per operare e mettersi alla prova. L’esperienza tuttavia matura gradualmente e il percorso di crescita professionale si protrae ben oltre i 5 anni di specializzazione. D’altronde, «non si smette mai di diventare un buon medico». È uno dei segreti della pratica medica, che fa il paio con la fiducia nel lavoro d’equipe: «la verità è che non sei mai solo. Anche dovesse tremarti la mano sai che dietro di te ci sono i più ‘anziani’ pronti ad intervenire per proteggerti da te stesso e salvaguardare la salute del paziente».

La chirurgia non ha orari: tutto il giorno, tutti i giorni. E fino a prova contraria, finché si suda e ci si affanna, si ride e si gioisce sotto lo stesso tetto, il risultato è una famiglia. «Il momento più bello di una giornata in ospedale è quando dopo un intervento impegnativo ti ritrovi nello studio medici a sparare le peggiori ca…volate che ti vengono in mente. Poi magari torni a casa e parli di lavoro, ma intanto ti sei concesso quel momento lì». Intanto hai staccato la spina. Ops, hai staccato.

Una famiglia a Milano, nelle corsie del San Raffaele, ed una a Gualdo Tadino, tra le montagne, dove tutto è cominciato. Dove un bambino di 8-10 anni dormiva con un occhio chiuso ed uno aperto, pronto a saltare giù dal letto per seguire suo padre ovunque lo portassero i suoi turni di guardia medica del comune di Scheggia e Pascelupo. 1376 anime, un dottore e il piccolo Luca, l’apprendista delle notti di fine settimana che prende confidenza con i ferri del mestiere ed impara a pescarli dalla borsa a seconda della necessità. Così irruppe la vocazione nella vita di Luca: coltivando un gioco.

Cos’è allora un medico? Un sogno, tanta fatica, un po’ di schiaffi e un bel camice.. e sotto il camice?

Sotto il camice un bambino.