POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Immigrazione ma anche lavoro nella performance della Lega che blocca i Cinquestelle e passa da 3.077 voti a 102.118. Il Pd ko (persi tutti e 5 i collegi) attende le dimissioni della segreteria regionale

di Marco Brunacci

UMBRIA – L’Umbria? L’hanno fatta blu come il colore della coalizione di centrodestra che ha stravinto (5 su 5) i collegi proporzionali di Senato e Camera, ma anche come da espressione idiomatica che descrive una sconfitta senza ritorno per gli attuali governanti e gli storici dominatori delle elezioni di queste parti, Pd e dintorni.

Il potere rosso, per rimanere ai colori, durava senza soluzione di continuità, se non per qualche smagliatura nel governo delle città, dal Dopoguerra. Il risultato del 4 marzo è quindi storico, come si dice con un termine abusato. Ma storica è sicuramente la performance della Lega che passa da 3.077 voti del 2013 ai 102.118 di oggi. Mentre il Pd di Veltroni aveva 231 voti col 44,5% nel 2008 che è diventato il 25 e spicci di oggi. Non si possono collegare dati di ere geologico-politiche diverse? Ma si può ragionare sulle decine di migliaia di voti persi per strada, di gente umbra in carne ed ossa che è andata a votare e non ha cambiato solo patere, ha stracciato il proprio passato.

Cosa abbia influito nel dato impronosticabile della Lega, che ha rubato in Umbria completamente la scena al Movimento Cinquestelle (che pur essendo il primo partito dell’Umbria di fatto replica il risultato del 2013, viaggiando appena sopra il 27 per cento di allora)?

Ci aiutano a capire i risultati di alcuni seggi nelle vicinanze di strutture che accolgono immigrati. Il tema dell’immigrazione e perfino l’onda lunga del dibattito sullo ius soli hanno tracciato la strada sulla quale la Lega si è infilata e ha dilagato. Ma un altro numero va considerato: la forza di Salvini si avvale di un trend nazionale che diventa qui dirompente nelle zone dove più alta è la richiesta di lavoro. Attenzione: non solo in certe zone delle città maggiori, ma nei centri intermedi, dove non si chiede lavoro assistito, comunque pubblico, ma si vuole più impresa, più possibilità di esercitare con profitto le attività artigiane. L’Alto Tevere fa impressione, in questo senso: si è passati dal Pd alla Lega, pensando in un momento di cambiare motore al proprio desiderio di sviluppo.

I Cinquestelle non hanno puntato abbastanza su questi due temi, o per convinzione o per non aver inteso la domanda di cambiamento radicale della gente, e non ne hanno saputo trarne vantaggio. E qui è lo specifico umbro, che porta però a un’altra considerazione. Dopo tanti anni di scivolamento al sud, per la qualità della vita, per la de-industrializzazione, per l’intervento pubblico a sostegno dell’economia e del lavoro che man mano diventava una coperta sempre più corta e incapace di far fronte alla richiesta di lavoro di tanta parte della popolazione e di un futuro non precario, sia degli operai che dei piccoli imprenditori e degli artigiani, c’è stata la prima svolta verso il nord. Sì perché la protesta dell’Umbria, nelle proporzioni impressionanti del voto alla Lega, per la prima volta è il grido di una regione che vuole invertire la rotta. Non chiede più concorsi pubblici, ma più possibilità di impiego retribuito correttamente e la speranza di un futuro. Se la fiducia sia ben riposta oppure no, lo diranno i prossimi mesi. L’Umbria con questo voto chiede di svoltare a nord.

Le ultime due parole per il Pd, ex gigante rosso pestato a sangue nella contesa elettorale: su City Journal abbiamo documentato, passo passo, il percorso di errori, di sopraffazioni del buon senso politico, di cinismo e arroganza mista a improvvisazione, che il Pd regionale, ha posto in essere in questo ultimo frangente, contando di essere immortale. I dirigenti hanno trattato militanti ed elettori con sufficienza, pensando di poter far digerire qualunque loro decisione, dal dibattito di marziani su Di Girolamo, fino alla ridicola composizione delle liste, con il successo della Marini e Cucinelli rispetto ai territori e la sciagurata discesa in campo del segretario regionale in persona. Il Leonelli, per dare un dato, ha sperperato, in una sola tornata elettorale, un patrimonio di 23 mila voti di vantaggio, più ha preso una paga di 5mila altri voti dal suo avversario di centrodestra Prisco.

Non sfuggirà a nessuno che l’agguato sulle liste ha previsto l’estromissione dal collegio di Perugia del sottosegretario Gianpiero Bocci che, visti i dati di oggi, era probabilmente l’unico che poteva riportare a casa un risultato positivo se fosse stato schierato nel posto cortesemente concesso a Leonelli perchè ritenuto blindato. Quel collegio a cui Bocci aveva dedicato la sua azione negli ultimi anni.

Il Pd umbro, impegnato com’era ad affondare nella sua crisi di leadership, non ha neppure voluto ascoltare il campanello d’allarme suonato con la vittoria ancora contestata e sul filo di lana della Marini alle ultime elezioni regionali sull’incolore Ricci. Per poter continuare a dirsi bugie ha raccontato e si è raccontato una realtà dell’Umbria inesistente, ha pensato che bastasse schiacciare i grilli parlanti per evitare di finire nel burrone. Un requiem per questa classe dirigente, nella speranza – per il bene della democrazia rappresentativa e dell’alternanza – che non si porti dietro tutto il partito della sinistra moderata. A proposito: quando si dimette tutta la segreteria regionale?