da Ezio, nostro contributor

A tutt’oggi conosciamo ancora ben poco riguardo a quella che, dall’epoca medievale a quella rinascimentale, fu la Zecca di Perugia. Non sappiamo, per esempio, neanche dove fosse ubicata.

Alcune monete coniate da questa Zecca – per la verità solo tre o quattro – sono però arrivate fino a noi e oggi vengono conservate nella sezione numismatica del museo archeologico dell’Umbria. Fanno parte di un gruzzolo di circa 4.000 monete, un vero e proprio tesoretto, formato tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, e rinvenuto nel 1929 in un fondo di via Volte della Pace di proprietà di Renato Ceccarani, una famiglia di panificatori (niente a che fare con il negozio di prodotti da forno presente oggi in piazza Matteotti).
Non sappiamo perché qualcuno così tanti secoli fa avesse avuto la necessità di nascondere le monete e quale fosse la sua storia.
Secondo lo stesso Ceccarani erano contenute in una pentola e probabilmente all’interno di un sacchetto di stoffa di cui sono state trovate tracce.
La successiva donazione delle monete da parte di Ceccarani al Comune di Perugia fu quasi obbligata, poiché allora si faceva un gran parlare dell’argomento, dopo che altri tesoretti erano stati rinvenuti in quel periodo in città.
La donazione fu accompagnata da una lettera di Ceccarani indirizzata all’allora direttore dei musei civici di Perugia, Umberto Calzoni.
Renato Ceccarani era persona molto nota a Perugia. Distribuiva il pane agli ospedali della città ed era anche presidente dell’ordine dei panificatori perugini. Il suo laboratorio era in Via Volte della Pace, una via particolare. Percorrendola infatti da piazza Matteotti risulta evidente che il suo lato destro coincideva con le mura etrusche che portavano fuori città attraverso Porta Sole e Via Alessi (già via dei Calderai). L’area doveva avere un affaccio sulla pianura, attraverso un loggiato o porticato coperto, paesaggisticamente molto gradevole. L’abitazione di Ceccarani invece era in via Bontempi, la via immediatamente dietro a quella del laboratorio. Ciò gli consentiva un’ottima logistica di approvvigionamento delle materie prime, perché permetteva l’accesso diretto dei suoi camion proprio da via Bontempi.
Nel luogo che ci interessa, all’interno della città vecchia, è documentato, fin dal Quattrocento, un rappresentante della comunità ebraica della città che in questa parte esercita la sua attività economica, cioè gestisce il proprio banco di prestito.
Serafino Siepi ci racconta che tra la piazza del Sopramuro -oggi piazza Matteotti- e via dei Calderai, c’era un arco etrusco demolito in occasione della costruzione della Chiesa – o Collegio – del Gesù.
Il tesoro Ceccarani, numericamente molto consistente ma con valore relativo individuale non elevatissimo, assume un valore storico perché consente di conoscere meglio alcune delle più importanti monetazioni dell’Italia del Quattrocento, la loro produzione, la loro circolazione, il dettaglio di alcune Zecche.
Il numero esatto delle monete è 3.782, di cui 3.022 di buon argento, 752 sono i “bolognini”, 2 soltanto i fiorini d’oro della Zecca di Roma (un aureo di papa Innocenzo VIII e un altro di papa Alessandro VI) oltre a monete di mistura di varie Zecche, per un peso totale di kg. 6,700.
I pezzi più antichi sono un “grosso” del Comune di Modena, due “bolognini” e un “grosso” del Comune di Bologna, compresi tra il 1191 e il 1337. Pochi pezzi del Trecento, mentre il grosso delle monete risulta coniato tra il 1462 e il 1509.
Le monete più recenti di data certa sono il fiorino e i “grossi” di papa Alessandro VI della Zecca di Roma e i “grossi” della Zecca di Ancona dello stesso papa.
Il Quattrocento è il secolo in cui si afferma la monetazione aurea; in oro erano ormai i versamenti più cospicui per transazioni di alto valore, persino i pellegrini attorno alla metà del Quattrocento viaggiavano con monete d’oro.

Innegabile dunque il valore storico del tesoro Ceccarani che ha illuminato serie monetali meno documentate e offerto uno sguardo sulla complessa monetazione d’argento del Quattrocento.
Da segnalare le diverse politiche monetarie messe in atto in campo monetale da Milano e Firenze, città nel Quattrocento in guerra tra loro. Mentre la prima – retta dal Ducato – svalutò pesantemente la lega della moneta argentea portandola dal 90 al 50% di “fino”, Firenze – in regime di repubblica – operò solo una riduzione di peso. La riduzione del peso di una moneta era un provvedimento ritenuto più giusto perché più facilmente individuabile da parte del pubblico.
I “grossi” milanesi del tesoro Ceccarani risultano “tosati” e in questo non fanno eccezione rispetto a quelli di altre collezioni. La pratica della tosatura – cioè la sottrazione del metallo per mezzo della raschiatura del bordo delle monete d’argento – costituiva un grave problema dappertutto, a Napoli per esempio nel 1488 fu imposto di spendere le monete d’argento a peso e fu decretata la pena di morte per i tosatori.
La datazione delle monete d’argento della Zecca di Firenze presenti nel tesoro Ceccarani è molto accurata grazie alla presenza degli stemmi dei Signori della Zecca, in carica per soli sei mesi ciascuno, registrati nel libro della Zecca.
Un dettaglio interessante dei “grossi” di Firenze riguarda l’araldica dei Magistrati per l’argento e la mistura.
Le monete del tesoro di Perugia coniate nelle Marche dalla Signoria Sforzesca provengono dalle Zecche di Ancona Macerata Pesaro (le più numerose) Camerino Recanati Ascoli e Fermo.
Le monete papali marchigiane sono le uniche monete papali emesse al di fuori della Zecca di Roma.
Le tre monete battute dalla Zecca di Perugia sono due sestini e un trino tutti datati 1471 emessi durante il periodo comunale.
La Zecca di Perugia restò inattiva a lungo dal 1400 al 1470 e la sua produzione fu limitata a nominali piccoli, sia prima della chiusura che dopo la sua riapertura.

Oggi al Museo Archeologico, è possibile visitare una parte del Tesoro di Perugia custodito nel “gabinetto numismatico”, uno stanzino angusto aperto al pubblico solo a richiesta, che la ospita insieme ad altri reperti numismatici.
Ma gli interrogativi che si sono fino ad oggi posti gli esperti del settore rimangono ancora in attesa di risposta:
– le monete che compongono il tesoro circolavano tutte insieme?
– erano tutte ancora spendibili nel 1500 (epoca a cui si ritiene che il tesoro si sia formato) o alcune rappresentavano una riserva d’argento?
– facevano parte del circolante locale o alcune di esse rappresentavano somme a disposizione per transazioni interregionali?