La festa del papà

un contributo de “Il tarlo”

19 marzo, tutti insieme e siamo tanti, come ogni anno da sempre, abbiamo festeggiato Papà. 91 anni portati con dignità e tristezza. Qualche giorno prima mi aveva detto che se avesse potuto tornare indietro ci avrebbe amato come ci ha amato, di più non potrebbe, ma che avrebbe voluto essere diverso da come è stato. Anche lui, come noi, probabilmente, non dimentica certi momenti di eccessiva severità. Non è rimpianto di quello che è stato, ma di quello che troppo tardi ci si rende conto sarebbe dovuto essere e non è riuscito a realizzare.

Viviamo in una società che invecchia e, nella quale i “grandi vecchi” sono numerosi, così sono diventati numerosi coloro che sono ancora figli pur essendo diventati nonni da tempo. Il fatto di ritenere questo un previlegio non cambia la necessità di riflettere su comportamenti da preferire. A pensarci bene tutti i ruoli più importanti che interpretiamo, tranne quello inerente il nostro lavoro, li improvvisiamo. Della vita non siamo professionisti, siamo artigiani, creiamo prototipi di comportamento, possono essere bellissimi, ma non saranno mai perfetti. Da questo ha origine il nostro scontento, riesaminando la nostra vita quando l’abbiamo in gran parte percorsa non possiamo che rilevare tanti, tanti errori. L’errore invece è proprio quello di guardare indietro nel tempo.

Perché lo facciamo? Perché col tempo diventiamo incapaci di proiettarci nel futuro e, quindi, di sognare? Perché il presente non riusciamo a viverlo? È solo l’attimo fra ciò che non lo è ancora e ciò che non lo è più? Perché ad un certo punto della vita il passato diventa importante, complice quel meccanismo strano che si chiama memoria L’indispensabile memoria, per anni a nostro servizio, fedele sì, ma che, con abilità ed arbitrio, conserva di tutto, che improvvisamente ci domina, diventando una capricciosa compagna di vita; ci assilla, restituendoci ciò che non consideravamo importante o che sarebbe meglio non ricordare, mentre non si premura di aiutarci come prima e diventiamo disaccorti nei gesti quotidiani. Dobbiamo arrenderci a rituali sempre più minuziosi per non correre il rischio di cercare per ore qualcosa che abbiamo appoggiato chissà dove.

Forse dovrebbero prepararci ad essere anziani, come i bambini vengono preparati ad essere adulti, anche perché la disponibilità a considerare un anziano parte comunque della famiglia, è resa oggettivamente difficile dalle circostanze, ma a volte anche dall’anziano stesso che sembra non comprendere quanto potrebbe ancora essere prezioso per la famiglia e ritiene di avere il diritto di esigere attenzione. L’effetto più evidente è rappresentato da quella modalità, che si acquisisce col tempo, di condividere con gli altri solo uno spazio fisico, mentre il pensiero è altrove.

Non si parla con gli altri, ma si interrompe il proprio silenzio per parlare agli altri, non importa quale sia il contesto di comunicazione, si interviene per dire ciò che la memoria in quel momento ci ha restituito e si racconta convinti che gli altri non abbiano di meglio da fare che ascoltare, per quanto lunga possa essere la narrazione. Con il nostro papà non è così, parliamo a lungo di tutto, è sempre interessato alle nostre piccole grandi cose quotidiane, noi sappiamo di poter contare sulla sua saggezza e lui ci gratifica della sua stima.

Auguri Granpapà