FOTO | Ovvero la prova che le città di provincia custodiscono eccellenze che oltrepassano i confini regionali, e che nascondono capolavori: piccoli grandi tesori che aspettano solo di farsi ammirare

da un nostro contributor

Chi capitasse in quel di Città di Castello non dovrebbe assolutamente tralasciare la visita della Pinacoteca Civica che per bellezza e importanza rappresenta la seconda realtà museale dell’Umbria (dopo la Galleria Nazionale di Perugia) ospitata nel cinquecentesco Palazzo Vitelli. In effetti siamo in presenza – come sovente accade in Italia – di un caso in cui il contenitore assume importanza quanto il contenuto. Il palazzo è così chiamato perché costruito, per volontà della famiglia Vitelli – secondo la tradizione l’edificio riconduce al matrimonio tra Alessandro Vitelli e Angela Paola Rossi di San Secondo Parmense – nei pressi di una fonderia di cannoni ed è formato da cinque corpi di fabbrica realizzati in successive fasi costruttive databili alla prima metà del Cinquecento.

Presenta una gradevole decorazione esterna graffita, visibile sulla facciata prospiciente il giardino e che riprende in qualche modo il tema delle grottesche, del trionfo delle armi e naturalmente la teoria degli stemmi incentrata sulla famiglia Vitelli, come dimostra tutta la serie di vitelli rappresentata sulla parte inferiore della facciata. Alessandro Vitelli aveva combattuto contro i turchi e per questo si era guadagnato il diritto di inserire la mezzaluna nello stemma di famiglia, che viene associata ai colori di riferimento di Città di Castello, il bianco e il rosso.

Bellissimo lo scalone monumentale con una decorazione pittorica dedicata alla rappresentazione di storie dell’antichità e di alcuni dei miti classici poco conosciuti, inusuali, che si articola in due sezioni, la prima dedicata alla storia ed alla gloria, la seconda dedicata ai “danni” dell’amore.

Non molti sanno che la Pinacoteca custodisce qualcosa di unico, una delle opere di esordio di Raffaello (addirittura la prima che noi conosciamo) e solo questo dovrebbe attirare davanti al dipinto una folla di visitatori. Purtroppo la realtà racconta una cosa del tutto diversa. Riusciamo a vedere da questa opera sicuramente il fascino assoluto e il talento di Raffaello ma traspare da essa anche dove affondano le radici dell’artista. Si tratta del gonfalone della Santissima Trinità (1500-1502), uno stendardo, in esposizione su ambedue i lati, non in buono stato di conservazione per evidentissimi segni dovuti all’uso processionale: fino agli anni Venti del Seicento veniva portato in processione tre volte l’anno! E nel 1626 fu eseguito il distacco delle due facce. Su un lato del gonfalone viene rappresentata la Trinità con i Santi Sebastiano e Rocco, riferimento alla Confraternita di appartenenza. L’altro raffigura il gesto meraviglioso che prelude alla creazione di Eva: Dio che trae da Adamo la costola con cui modellerà appunto Eva. È evidente che l’opera deve molto alla pittura umbra: il legame col Perugino risulta chiaro, basta guardare il volto, bellissimo, di Adamo. Ma anche le rocce, un ramoscello che dalle rocce prende vita, sono ripresi da Pinturicchio.

Se si pensa a quelle che erano le condizioni di quel periodo storico si può immaginare l’orrore dell’epoca con le carestie, la mancanza di cure, di ospedali, le guerre, la sporcizia, la vecchiaia che arrivava rapidamente. E quando la gente guardava un’opera del genere, e tutti la potevano vedere perché non era un’opera che stava nella casa di un nobile, di un ricco, ma era un gonfalone – sotto gli occhi di tutti i fedeli- cosa vedeva? Un’atmosfera di sogno, bellissima, con quel paesaggio (il Trasimeno?), vedeva una configurazione di Paradiso! Il paesaggio nell’opera ha l’obiettivo di rappresentare quel momento immutabile ed eterno che è prefigurazione di quella sfera che é oltre la morte. È questo l’elemento chiave per capire il panorama.

I pittori dovevano rendere il panorama come se fosse musica. E la si può ritrovare nella posa, quasi da danzatore, che caratterizza la pittura di Perugino e del primo Raffaello (Qui è la posizione di Dio che si china su Adamo). E poi la luce di questo dipinto è quella inventata da Perugino: i francesi la definiscono “entre chien e loup” tra cane e lupo, è il momento in cui il sole è già tramontato, il cielo è bianco, è il momento di massima luminosità prima che cali la tenebra. Il tempo in quel momento sembra fermarsi: è il momento del passaggio, è il tempo della manifestazione del Divino. Il sacro appartiene a questa luce. E’ musica silenziosa.

Il gonfalone di Città di Castello è un’opera chiave per capire l’evoluzione della pittura di Raffaello che lo porterà alla maturità. Ha quindi un valore fondativo assoluto nell’arte italiana. Palazzo Vitelli custodisce anche un famoso quadro di Luca Signorelli, il martirio di San Sebastiano, una tavola verticale di quasi tre metri, stondata in alto, che rivela la grandezza dell’artista di Cortona. Signorelli punteggia le sue raffigurazioni di vestigia antiche rappresentate quasi sempre in rovina. Quello che preme all’artista trasmettere è che il Cristianesimo è un elemento di opposizione al paganesimo ma, dall’altro lato, il rapporto con l’antico è l’idea che il Cristianesimo sorge sulle rovine dell’impero romano di un mondo cioè per loro bellissimo, perfetto, in cui regnava la pace (il periodo Augusteo aveva garantito tanti anni di pace). L’antico veniva inteso come un continuo trionfo.

Altro elemento che caratterizza Luca Signorelli è il suo interesse per l’anatomia. L’artista sceglie i rappresentare corpi quasi ipertrofici, evidenziando le masse muscolari in un modo che non ha paragoni con gli artisti precedenti (pensiamo ai corpi efebici rappresentati da Perugino nel suo martirio di San Sebastiano, dove la parte anatomica è resa con un leggero trapasso di luce, appena accennato) e ispirerà poi anche Michelangelo. La tavola, con quella ripida salita in mezzo alle case a destra nel dipinto, è anche un omaggio alla città natale del pittore.

La Pinacoteca ospita anche due bellissimi manufatti in ceramica (terracotta invetriata) di notevoli dimensioni, realizzate dalla bottega fiorentina di Andrea della Robbia le cui opere più riuscite sono presenti nel Santuario francescano della Verna. Da ultimo segnalo alcune opere di De Chirico, Carrà, De Pisis e anche del nostro Gerardo Dottori, presenti nella sezione del museo dedicata all’arte contemporanea.