Dal solito bla bla (car) alla Saga degli Umbricelli: storie perugine, umbre. Comunque storie di vita da raccontare. Terzo appuntamento con la nostra rubrica, a cura di Gregorio Tamborrino Orsini

di Gregorio Tamborrino Orsini

PERUGIA – L’amo? Non l’amo… L’amo? Marta ha deciso di esplorare Psicologia dopo un anno, il primo, parcheggiata a Biotecnologie: «Ero iscritta ma…». Non è andata, e ci mancherebbe. Nell’epoca delle passioni tristi, un anno sabbatico è il minimo se si sceglie di dedicarlo alla ricerca di quelle (più) forti. Un po’ è andata per esclusione e un po’ la psicologia è sempre stata il suo pallino. Un po’ è rimasta a Perugia e un po’, alla fine, si è risolta a fare armi e bagagli e oltrepassare il Pò. Tra i due litiganti il terzo l’ama.

Così Milano, perché era ora di cambiare aria. Così Scienze e tecniche psicologiche in triennale, in Cattolica, e a seguire Neuroscienze cognitive al San Raffaele, ancora da portare a termine. In ogni caso al cospetto di quel Dio che se ti aiuti ti aiuta, specie quando ti manca solo la tesi ma devi ancora iniziare. Coraggio, un bel respiro..
Seduta su una delle panchine del belvedere di Porta Sole, Marta sente che Perugia le è mancata, e ancora le manca (qualche volta). Ma non è più casa sua. Dopo cinque anni piuttosto è un pit stop: ti fermi per poter ripartire. Neppure Milano, oramai, riesce a pungolarla.

All’inizio ti tempra, certo. Il brutto anatroccolo da laghetto verde si trasforma in un cigno di tendenza: «Parti timorosa, un tantino viziata, e ti ritrovi a tirar fuori la tigna necessaria a maturare un tuo equilibrio». Alla lunga impari persino a cucirti addosso un’attitudine impermeabile a quell’umida frenesia che, se non stai attento, «ti assorbe». Così mentre il fascino della grande mela lombarda appassisce, Marta rimugina. Sul milanese medio, spocchioso, allergico al più banale dei gesti disinteressati. Sul corso di Neuroscienze, dal quale si aspettava qualcosa di diverso, forse di più: «Tutto molto, troppo teorico. Siamo stati a reparto in un paio di occasioni. E una volta ci hanno portato in laboratorio ad osservare come si dissezionano i topi». Può darsi che Psicologia clinica offrisse prospettive più allettanti. È un suo cruccio la scelta del corso magistrale, come quello sulla destinazione post laurea. Chissà, magari Torino. Comunque non prima di averne discusso in famiglia. In fondo, Milàn l’è semper un gran Milàn..

Prima di salutarla resta inevasa una questione, un pensiero affidato allo stato personale di Whatsapp: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.» Parole di Marta, convinta da sempre, in cuor suo, che «ognuno abbia i suoi drammi da affrontare nella vita e indossi delle maschere». Che sia sentirsi finalmente a casa, o una serena amministrazione del senno di poi («nemmeno un quarto di secolo e già troppi rimpianti!»), non sappiamo quale sia la battaglia che Marta sta combattendo. Maschera o non maschera, la più sanguinosa è spesso la guerra tra noi e noi stessi, la sola in cui si ha la meglio concedendosi di appartenere anche ai propri errori. Quando si è disposti a portarseli appresso, e a conviverci senza per forza volerli grattare via, allora si forma il carattere, come spiega Phil (o Danny De Vito) nel film del 1999 “The Big Kahuna”: «La questione è: tu ne hai di carattere o no? E se vuoi la mia sincera opinione, Bob, non ne hai, per la semplice ragione che ancora non provi rammarico per qualcosa».