Saga degli Umbricelli | Edoardo: Born in the Usa

Dal solito bla bla (car) alla Saga degli Umbricelli: storie perugine, umbre. Comunque storie di vita da raccontare. Secondo appuntamento con la nostra rubrica, a cura di Gregorio Tamborrino Orsini

di Gregorio Tamborrino Orsini

PERUGIA – C’è chi si sintonizza con gli Stati Uniti giusto la notte degli Oscar e chi, invece, di Colombo (sia Cristoforo o il tenente) non si fida e preferisce scoprirli da solo. Come un novello Jack Dawson, al secolo Leo Di Caprio, Edoardo parte per l’America nemmeno diciottenne. Dai tre archi alla California, il progetto è quello di frequentare il penultimo anno di liceo in un high school di Granite Bay, paesino di 25mila abitanti vicino Sacramento.

Biondi, occhi azzurri, giovani e intraprendenti, nulla fin qui separa la vicenda di Edoardo da quella del suo celebre alter ego salpato a bordo del Titanic. Poi l’iceberg, il capitano aggrappato al suo timone fino alla fine, l’orchestra che suona per l’ultima volta, ed ecco che uno finisce morto assiderato a mollo nell’Atlantico mentre l’altro lo attraversa senza patemi percorrendo un ponte ideale che collega Perugia con l’ ‘american dream’. Così è iniziata la storia errante di Edoardo: nei corridoi di una scuola superiore californiana, a stretto contatto con «una realtà completamente diversa, improntata sulla capacità di scegliere».

Da quell’esperienza, che lui stesso definisce «una figata che mi ha cambiato», di acqua sotto al ponte ideale Perugia-Granite Bay ne è passata. Tornato in Italia con l’ambizione di diventare prima o poi imprenditore, al termine del liceo ha fantasticato per un po’ sulla possibilità di studiare Odontoiatria in Spagna. Andarsene a crescere lontano dalla sua città natale era in ogni caso il punto di partenza. L’aver passato il test della Bocconi lo ha infine persuaso a trasferirsi a Milano dove in cinque anni si è laureato in Economia aziendale e Management.

Un erasmus nella crepuscolare Tallin, il tirocinio curriculare svolto in un ristorante di Los Angeles, Edoardo è piuttosto lontano dal classico tipo ‘casa e bottega’. Classe 1993, ora fila via verso i 25 anni ed è appena rientrato dagli States. Lì ha lavorato per quattro mesi come manager di quel mozzarella bar di Los Angeles in cui era stato stagista, salvo poi esaurire gli stimoli necessari a trattenersi oltreoceano. Back to Milano, è adesso pronto a ripartire da una società di consulenza, habitat naturale di ogni buon bocconiano standard. Giacca, cravatta e poco altro di quel ‘self-made man’ artefice del proprio destino nel quale un giorno vorrebbe specchiarsi lavandosi i denti.

Ottimista di razza e nomade d’ispirazione, non sembra entusiasta all’idea di una vita inamidata al ritmo alienante della grande metropoli. «A Milano o a Los Angeles sei un numero qualunque». La domanda allora sorge timida ma spontanea. A Perugia, tornerebbe? «Forse un giorno, ma solo per avviare qualcosa di mio. Per fare impresa». Per riavvolgere insomma il nastro alle origini del mito. Addormentarsi e aprire gli occhi nel sogno americano dove tutto è possibile. Ma è davvero così? «Diversamente dal nostro Paese, in cui tutto è più statico, in America qualsiasi percorso di studi può corrispondere all’opportunità di fare qualsiasi lavoro. L’assetto complessivo è dinamico, fondato su un agile ricambio del personale, sulla possibilità concreta di tentare e la disponibilità ad assumersi dei rischi».

Vero o no, restiamo intrappolati dalla necessità nella condizione di cittadini del mondo, sempre pronti (o costretti) ad inseguirlo altrove. Con più o meno audacia, più o meno nostalgia, si è in ogni caso chiamati a scegliere. Anche se una serata “in colonne” a Milano ci ricorda un sabato sera al Turreno, e Cucinelli è la cosa più milanese di Perugia. Anche se, come Edoardo, talvolta vorremmo sederci in riva al lago (Trasimeno) ad aspettare che tramonti il sole. Si finisce comunque per andare avanti. E avanti un altro.