un contributo de “Il tarlo”

La prima volta in ospedale è stata un’esperienza che non ho più dimenticato, quando ci penso ora ne sorrido; mi accompagnò mio padre, fino alla stanza dove sarei rimasta per diversi giorni, mi salutò sulla porta e mi promise di tornare quella sera stessa. Mi dissero che dovevo spogliarmi, indossare il pigiama e lasciare gli abiti e la borsa in un armadietto; freddo e metallico arredo di quella stanza disadorna, abitata da estranei coricati in letti tutti uguali al mio e che sembravano guardarmi a mala pena, poco interessati alla mia presenza; pensai che fossero troppo presi dai loro problemi e mi rilassai un po’.

Spogliarmi di giorno, indossare un pigiama, dovermi infilare in un letto senza avere sonno, in un letto che era uno dei tanti di quella grande stanza che non era la mia stanza e che non era nella mia casa e dove non c’era nessuno che avessi mai visto prima o che avessi mai avuto la voglia di conoscere. Era un’esperienza perfino peggiore del primo giorno di scuola, almeno lì i miei abiti li avevo indosso. Togliermi gli abiti in un posto così estraneo mi fece pensare a quello che ci aveva detto all’università il professore di storia a proposito dei deportati nei campi di sterminio, quando, durante la lezione, gli abbiamo chiesto perché in tanti non avessero neppure tentato di ribellarsi ai pochi, seppure armati.

Ci spiegò che ci sono tanti modi per il carnefice di ridurre all’impotenza le vittime e si dilungò in una spiegazione che ascoltammo in religioso silenzio. Mentre mi toglievo gli abiti, mentre li riponevo, mentre indossavo il pigiama che mi rendeva uguale agli altri nella stanza, ripensavo a quella lezione e per la prima volta capivo cosa vuol dire sentirsi in balìa degli eventi. Questo stato mentale durò fortunatamente pochissimo, lì si stava caldi e tranquilli, si mangiava bene e si poteva passare tanto tempo a leggere.

Successe poi una cosa che si è ripetuta nella mia vita tante volte per quante mi è capitato in maniera più o meno casuale di condividere esperienze emotivamente rilevanti. Successe che le circostanze mi facilitarono la conoscenza dei compagni di stanza al punto tale che, dopo qualche giorno, l’arrivo di amici e parenti in visita quasi mi dava fastidio perché interrompeva i nostri dialoghi. Dialoghi fatti di racconti, a volte ingenui, ma sempre interessanti, sempre ricchi di un’umanità che non avrei mai avuto modo di conoscere così da vicino se non fossi stata nella condizione di raccogliere quelle testimonianze.

Mi è sempre piaciuto ascoltare e chi racconta capisce che non sono curiosa, sono veramente interessata. I racconti sollecitano il ricorso ad immagini mentali, così ascoltare, come leggere, è quasi vivere esperienze che non ci appartengono, ma che si aggiungono ai nostri ricordi e ne potenziano la dimensione spaziotemporale.
Ho letto che gli italiani, così diversi da regione a regione soprattutto, ma non solo, per gli innumerevoli dialetti, si conobbero nelle trincee della prima guerra mondiale, dove nacquero amicizie incredibili.

Non penso sia indispensabile soffrire per comprendere chi soffre, penso però che le esperienze di solidarietà, gli esercizi di empatia… dovrebbero essere garantiti a tutti e che per questo non sia indispensabile frequentare i luoghi del dolore. Credo anche che sia importante pensare che siamo programmati per essere buoni, come afferma il professor Giacomo Rizzolatti, il quale nel suo studio del “neurone della bontà” avverte che se questa dote non viene stimolata ed esercitata si atrofizza.