[Gerardo Dottori: aeropittura e politica]

di Ezio, nostro contributor

“Gerardo il dinamico” non è il nome di un supereroe della Marvel, ma la locuzione con cui una testata giornalistica degli anni Venti definisce Gerardo Dottori. E sul grande pittore perugino si è incentrata la conversazione di venerdì scorso all’associazione Porta Santa Susanna, un incontro a due voci tra Alessandra Migliorati, ricercatrice e docente aggregata di Storia dell’arte dell’Università di Perugia e Leonardo Varasano, collaboratore alla cattedra di Storia delle dottrine politiche e Scienza politica.

La figura del pittore futurista, autentica gloria della nostra città, è stata rivalutata in tempi relativamente recenti, dopo molti anni in cui era stata relegata nel dimenticatoio della memoria, a causa dell’adesione senza riserve al fascismo, da parte dell’artista. Dottori si avvicina al futurismo, movimento artistico nato nel 1909, quasi immediatamente – nei primi anni Dieci – quando questo movimento vive la sua fase più aurea, creativa e dirompente; e la sua adesione è frutto della volontà di liberarsi dall’ambiente perugino ancora seduto e arroccato sul suo passato, l’antica arte umbra.

Ma quella di Dottori si svilupperà come una declinazione diversa da quella del futurismo storico, indirizzandosi verso l’aeropittura, un aspetto in cui il movimento maturerà (secondo futurismo). L’originalità di Gerardo Dottori nell’ambito del futurismo fu quella di aver scoperto il dinamismo della natura  mentre Marinetti e Bocconi – rispettivamente fondatore e mente pensante del futurismo – puntavano al dinamismo della macchina.
Gli anni del fascismo furono anni difficili per tutti gli artisti. Succede sempre così, quando la politica si fa ingerente sulla libertà di espressione, sia essa letteraria o artistica. La politica che crede di voler decidere quale sia l’arte più adatta per sostenere un’idea di popolo.

La volontà dei futuristi di avvicinarsi al fascismo fu dettata dall’idea che quello era il momento di «calare l’arte nella storia» e la delusione fu quella che poi il regime scelse altre opzioni: il futurismo tutto sommato non gli era funzionale, perché era un ambiente di avanguardia e perché aveva rapporti con gli ambienti internazionali. Dottori in quegli anni fu bravo a conciliare le esigenze di una committenza da una parte e le istanze di modernità dall’altra e comunque anche i suoi quadri dell’epoca mantengono gli elementi linguistici propri del futurismo e della aeropittura: le diagonali, le direttrici, la sovrapposizione dei piani, la citazione del paesaggio.

La presenza del paesaggio è qualcosa di prioritario e sempre presente in Dottori. I quadri di Dottori con la visione celebrativa del fascismo rimangono tuttavia marginali, un 5 percento di tutta la sua produzione e che non rappresentano certo l’espressione migliore della sua arte. Il ritorno al paesaggio ci sarà dopo la guerra e sarà in qualche modo il riscatto di Gerardo Dottori, con opere che lo riporteranno a quelle che erano state le sue origini e che chiudono sostanzialmente il suo percorso artistico. Gerardo Dottori è ormai nel novero dei grandi artisti, non solo del futurismo, ma di tutto il Novecento.