POLE POLITIK di MARCO BRUNACCI | Di Girolamo se ne va, ma non c’è ombra di mea culpa nella classe dirigente locale e regionale, che voleva un altro finale. Meglio Mary Poppins della Corte dei Conti. L’illuminante arte oratoria di ghePensi-mi

di Marco Brunacci

PERUGIA – E tutti vissero dissestati e contenti. Doveva essere questo il “lieto fine” per buona parte della classe politica di questa regione, dove sicuramente si registrano influenze marziane. Ora che tutto sembra andato in altra
direzione con le dimissioni definitive del sindaco Di Girolamo e il fallimento della sua giunta (sembra perché fino a lunedì 19 alle 23.30 possono succedere i fuochi d’artificio) la vicenda Terni va messa in archivio dopo averne tratto tutte le lezioni del caso.

Intanto i due canti funebri che hanno accompagnato il feretro dell’esperienza della giunta Di Girolamo dissestata hanno aspetti inquietanti. La presidente della Regione, Marini, è stata inarrivabile nel numero di parole usate per dire praticamente nulla. Se non questo: che qualcuno a Terni doveva tentare di stringere un “patto per la città”. Ma per la città – basta guardare le cose e chiamarle con il loro nome – la politica (e le ultime Giunte Di Girolamo in particolare) ha già fatto abbastanza: più tasse e meno servizi saranno
garantiti ai cittadini di Terni per i prossimi anni da scelte che evidentemente erano sbagliate (sbagliate? Si può almeno dire sbagliate?).
Passi di arte oratoria che difficilmente si possono dimenticare invece compongono il tessuto narrativo del secondo intervento funebre, quello di Andrea Pensi, detto ghePensi-mi da chi immagina per lui un futuro luminoso, qualcosa di più di un responsabile degli enti locali del Pd regionale che deve parlare al posto del segretario regionale che a furia di non candidarsi adesso è a fare campagna elettorale. Si tratta di un esegeta del pensiero della segreteria, una luce nelle tenebre. GhePensi-mi, con poteri da Demiurgo, è riuscito a parlare del dissesto finanziario del Comune come di un’entità con una vita propria, non una diretta conseguenza della evidente imperizia amministrativa delle
giunte Di Girolamo e immediatamente precedenti. Questo signor Dissesto finanziario ha infatti «provocato una cesura tra passato e futuro – recita la nota – che ha spinto Di Girolamo a rassegnare le dimissioni». Il signor Dissesto a Di Girolamo gliel’avranno presentato in corridoio? Gli avrà chiesto: ma lei che ci fa qui? Si sarà giustamente irritato? E’ il signor Dissesto che ha provocato la cesura, mica il modo in cui sono stati spesi i soldi dalle Giunte. E se non c’era la cesura ognuno restava al suo posto nei secoli dei secoli amen.

Un altro passaggio rivoluziona le basi della logica quando lamenta che a Terni non c’è stata capacità di dialogo che è «mancata soprattutto in un quadro politico generale in cui non sono mancati tentativi di fuggire dalle proprie responsabilità, occasioni per distinguersi, magari avanzando qualche tentativo di sciacallaggio elettorale, tutto questo ai danni di una comunità pesantemente colpita da questa situazione».
Quindi: 1. La colpa non è di chi fai bilanci, ma di chi non se li prende in carico come fossero i propri una volta che è dimostrato che sono un colabrodo. 2. È sciacallaggio elettorale dire che è stato fatto un bilancio che fa schifo. 3. Non sono stati i bilanci che fanno schifo a colpire «pesantemente» la comunità ternana, ma di sicuro quel fetente del signor Dissesto che se restava a casa sua sai quanto stavamo meglio tutti.
Pronti per un livello ancora superiore della logica pensiana: «Per questo riteniamo – afferma – che sarebbe stato un punto avanzato aver condiviso e compreso le responsabilità del dissesto, essere riusciti a fare una analisi più profonda e articolata che avesse messo da parte le grida spagnolesche, da più parti avanzate, per restituire, infine, un clima di serenità che avrebbe, di certo, aiutato la ripresa della città». Insomma: se invece della Corte dei Conti fosse intervenuta a dare serenità Mary Poppins (quella di “basta un poco di zucchero e la pillola va giù”) pensa tu quanti problemi ci saremmo risparmiati. E la prossima volta invece di gridare spagnolesco (come saranno le grida spagnolesche, meglio o peggio di quelle italianesche?) zitti e muti che tanto siamo nati per soffrire.
Il finale, nonostante l’impegno oratorio del Cicerone della media valle del Tevere, non è però divertente per i cittadini ternani. Un modello di spesa pubblica e di conseguente gestione dell’amministrazione del potere ha fatto naufragio trascinando con sé anche le speranze e la forza morale di una città. Quello che fa impressione non è la patologia ma piuttosto la “normalità” dell’amministrazione ternana, il rapporto con le cooperative, con le forze sociali vicine alla sinistra di governo. Non c’è stato questo o quel piccolo errore, ma le scelte fondamentali del governo della città sono parse improvvisamente inadeguate. Ce n’è abbastanza per un profondo mea culpa di tutta una classe dirigente, locale e regionale. Ma è chiedere troppo ai Ciceroni di queste parti.