La rivoluzione che aprirebbe nuovi scenari in ambito sanitario e forse cambierebbe tutto in campo etico, morale e giuridico

Si chiama bioprinting e, assicurano gli esperti, costituirebbe la nuova frontiera in ambito medico e soprattutto chirurgico. L’idea di fondo è quella di una stampante 3D capace di produrre (meglio: riprodurre) tessuti biologici, in particolare umani. Si chiama medicina rigenerativa e, per perseguire i suoi obiettivi, intende creare un ponte diretto con discipline come informatica e ingegneria. Nelle intenzioni più ambiziose c’è quella di ricreare, in toto o in parte, organi umani. Naturalmente, stampati del genere non utilizzano plastiche e polimeri come inchiostro, ma cellule: un modo – estremamente efficace – di ovviare in futuro alla carenza di organi destinati al trapianto.

Del resto, da qualche anno a questa parte le stampanti in 3D stanno prendendo sempre più piede. Vuoi per la semplicità di reperirne o assemblarne una, vuoi per il costo sempre più ridotto, vuoi per la moltitudine di utilizzi cui queste possono essere destinate. Questa tecnologia accompagna quotidianamente il lavoro di designers, architetti, ingegneri e studenti. In molti ambiti, uno dei vantaggi principali rispetto ad altre tecnologie di produzione è l’abbattimento dei tempi di produzione e dei costi.